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Come funziona una squadra che funziona

Come funziona una squadra che funziona: la scelta di Michelangelo (Rampulla)

Il Portiere era Michelangelo Rampulla e, in quell’anno, giocava titolare in serie A con la Cremonese.

Lui la racconta così (ho trovato la sua versione in un sito di suoi tifosi):

Lo ricordo come fosse adesso, era il 23 febbraio 1992 e stavamo perdendo contro l’Atalanta per 1 a 0. All’ultimo minuto un compagno batte il calcio d’angolo della disperazione, io lascio incustodita la porta e mi spingo nell’area avversaria. La parabola del pallone è perfetta, mi avvento di testa sorprendendo gli avversari, colpisco con la fronte piena e faccio goal.

Gioia indescrivibile, tutti mi abbracciavano, le televisioni ed i giornali per un paio di giorni non hanno parlato d’altro. Una volta tanto il mio nome era stato abbinato non ad una rete subita, ma ad un goal fatto. Continua a leggere…

CACCIA AGLI SQUALI BIANCHI

Manager e leader devono svolgere un ruolo educativo.
Perché i risultati dipendono sempre più dalla creazione di contesti organizzativi
che favoriscano l’assunzione di responsabilità individuali
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Sempre più spesso, nelle richieste concrete della committenza così come nei documenti delle aziende più disparate, mi imbatto in parole eteree del tipo: fiducia, coraggio, condivisione, morale, collaborazione, cultura, attitudine al cambiamento, gioco di squadra ecc., dove prima si trovavano strategia, processi, disegno organizzativo, gestione, controllo ecc.

Morale: o nelle aziende si è smesso di lavorare e ci si è messi a filosofare, oppure “non sanno più cosa inventarsi”, oppure – ed è l’ipotesi per cui propendo – non c’è più alternativa a tutta questa “poesia” che sta pervadendo la vita quotidiana delle organizzazioni. Vediamo perché con l’aiuto di una metafora “ittica”.

Qualche anno fa sono stato costretto dalle insistenze dei figli piccoli ad andare a pescare (per dire così) in una troticoltura. Confessando al titolare di non aver mai fatto prima nulla del genere, lui mi tranquillizzò, raccattò una canna, innescò un “bigattino” (larva di mosca) sull’amo, quindi mi porse il tutto mimando appena il movimento che avrei dovuto fare per il lancio.
Con grande emozione lo effettuai e, dopo pochissimi secondi, vidi il laghetto letteralmente ribollire, sentii tirare e – più per reazione pavloviana che per scelta consapevole – detti uno strattone che fece volare a riva una trota.

C’è stato un periodo felice – aziendalmente parlando – in cui il lavoro manageriale assomigliava più o meno a quello del titolare di una troticoltura. È il periodo felice dei mercati tumultuosamente in espansione, di una domanda praticamente infinita, di tecnologie e contesti competitivi stabili. È il periodo in cui il problema vero è quello di avere abbastanza canne da pesca e abbastanza inetti da cooptare.

Competenze particolari richieste alla Risorsa Umana “pescatore”? Zero. Qualità morali, motivazione, allegria richieste alla Risorsa Umana “pescatore”? Indifferenti. Bellissimo. Ma non può durare all’infinito, e infatti, a un certo punto, per procurarsi dei pesci da mangiare occorre dedicarsi ai salmoni.

C’è tutto un processo di “Change Management” da gestire: innanzitutto si pesca nei torrenti – non nei laghetti – con esche diverse – artificiali – con canne leggermente differenti… insomma diventa più complicato, meno “sicuro” produrre il risultato.

Fuor di metafora, è il periodo caratterizzato da mercati ancora in sviluppo ma con una concorrenza più vasta e agguerrita, da una certa fatica ad assicurare pesci per tutti, da conseguenti ristrutturazioni, efficienze ecc..

Purtroppo però, ad un certo punto finiscono anche i salmoni e, per riuscire a mangiare del pesce, occorrerà dedicarsi agli squali bianchi. (Uso questa pesce – e non altri – non a caso: è il momento in cui il cliente diventa veramente il padrone assoluto del gioco. E quando questo avviene il cliente diventa più “grosso” e “cattivo” del fornitore e lo costringe a muoversi sul suo terreno). E’ il momento che stiamo vivendo, caratterizzato da grande incertezza ed indeterminatezza di contesto – innovazioni tecnologiche, globalizzazione, saturazione dei mercati, cicli di vita di prodotti e idee sempre più brevi.

In questo cambiamento c’è molto di più di un gioco che si fa più complicato: c’è contemporaneamente un salto tecnologico, di contesto, di competenze necessarie e molto altro ancora. Insomma è tutto più complesso.

Che fare dunque?

Proviamo a parlarne qui. Benvenuti.

Alberto

the magazine post

La video intervista rilasciata a THE MAGAZINE POST