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COMPLESSO E COMPLICATO NON SONO SINONIMI.

Complicato è un nodo da slegare, un indovinello  – faticoso, noioso, occorre avere pazienza – ma la soluzione per definizione esiste, c’è di sicuro; poi  magari non la troveremo ma sappiamo che è – a priori – univoca e potenzialmente alla nostra portata; le variabili da gestire sono chiare, definite.
Con poca o molta fatica, inoltre, è possibile, una volta sciolto il nodo, “ risolto il problema” , scrivere le istruzioni per l’uso.
Complesso è qualcosa di cui è difficile vedere, governare, intuire tutti i risvolti e tutte le variabili. Complesso è qualcosa di cui è impossibile prevedere con certezza lo sviluppo, le dinamiche. Comprendere le relazioni causa/effetto. Dare le istruzioni per l’uso.
Educare un figlio è complesso; l’amicizia e l’amore sono complessi; la vita, è complessa (una volta si diceva – non a caso – complicata)
Andare a caccia di squali bianchi, dunque.
Quali saranno le competenze necessarie per il “pescatore” – pardon, “cacciatore” (avrete senz’altro  notato che stiamo cambiando i nomi dei mestieri, oppure non li cambiamo ma mutano sostanzialmente le competenze necessarie per svolgerli)?
Oh, molto più vaste di prima: non solo occhio e polso, ma capacità natatoria, velocità, coordinazione, respirazione…ma insomma, rivedendo la strumentazione e i programmi formativi, facendo un gigantesco business process reengineering, passando da una struttura funzionale a un modello professionale e poi…
Qual è, però, l’ingrediente fondamentale – veramente indispensabile – per poter andare a caccia di squali?
Quando faccio questa domanda nelle aule, dopo un  attimo di pausa, tutti dicono: “il coraggio”.
E quando aggiungo: e se dovessimo andare a pesca o a caccia di animali che nemmeno immaginiamo, quale sarebbe – ancora e di più – l’ingrediente fondamentale?
E quando ricordo che cosa dice don Abbondio nei Promessi Sposi a questo proposito, tutti, silenziosamente, annuiscono. Se uno, il coraggio che non ha, non se lo può dare…figuriamoci se glielo può dare un altro.
Come si fa a insegnare il coraggio?
Questo, credo, è il tema oggi: andiamo verso un mondo ignoto,  anzi ci siamo già dentro. Un mondo senz’altro complesso, in cui cambieremo più spesso mestiere –anche se magari ne manterremo il nome . Un mondo in cui le competenze necessarie saranno senz’altro più vaste, in cui occorrerà senz’altro apprendere nuove cose, imparare ad apprenderle più rapidamente e contemporaneamente imparare a dimenticare nozioni antiche,  automatismi consolidati.
Ma soprattutto un mondo in cui le “cose invisibili agli occhi” (coraggio, determinazione, fiducia, allegria, empatia…) sono e saranno le uniche essenziali.
Come ha detto Pier Luigi Celli in una delle sue espressioni  più “fulminanti” , un mondo in cui sono e saranno sempre meno importanti i curricula e sempre più importanti le biografie (di questo parleremo più in là).
E qui sta anche il punto di questo libro:  mentre, forse, le famiglie dovranno imparare ad educare i loro giovanissimi figli al “coraggio” , all’ “allegria”, alla “fiducia”  – ammesso che lo facciano davvero – chi si occupa di ri-educare gli adulti?

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CACCIA AGLI SQUALI BIANCHI

Manager e leader devono svolgere un ruolo educativo.
Perché i risultati dipendono sempre più dalla creazione di contesti organizzativi
che favoriscano l’assunzione di responsabilità individuali
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Sempre più spesso, nelle richieste concrete della committenza così come nei documenti delle aziende più disparate, mi imbatto in parole eteree del tipo: fiducia, coraggio, condivisione, morale, collaborazione, cultura, attitudine al cambiamento, gioco di squadra ecc., dove prima si trovavano strategia, processi, disegno organizzativo, gestione, controllo ecc.

Morale: o nelle aziende si è smesso di lavorare e ci si è messi a filosofare, oppure “non sanno più cosa inventarsi”, oppure – ed è l’ipotesi per cui propendo – non c’è più alternativa a tutta questa “poesia” che sta pervadendo la vita quotidiana delle organizzazioni. Vediamo perché con l’aiuto di una metafora “ittica”.

Qualche anno fa sono stato costretto dalle insistenze dei figli piccoli ad andare a pescare (per dire così) in una troticoltura. Confessando al titolare di non aver mai fatto prima nulla del genere, lui mi tranquillizzò, raccattò una canna, innescò un “bigattino” (larva di mosca) sull’amo, quindi mi porse il tutto mimando appena il movimento che avrei dovuto fare per il lancio.
Con grande emozione lo effettuai e, dopo pochissimi secondi, vidi il laghetto letteralmente ribollire, sentii tirare e – più per reazione pavloviana che per scelta consapevole – detti uno strattone che fece volare a riva una trota.

C’è stato un periodo felice – aziendalmente parlando – in cui il lavoro manageriale assomigliava più o meno a quello del titolare di una troticoltura. È il periodo felice dei mercati tumultuosamente in espansione, di una domanda praticamente infinita, di tecnologie e contesti competitivi stabili. È il periodo in cui il problema vero è quello di avere abbastanza canne da pesca e abbastanza inetti da cooptare.

Competenze particolari richieste alla Risorsa Umana “pescatore”? Zero. Qualità morali, motivazione, allegria richieste alla Risorsa Umana “pescatore”? Indifferenti. Bellissimo. Ma non può durare all’infinito, e infatti, a un certo punto, per procurarsi dei pesci da mangiare occorre dedicarsi ai salmoni.

C’è tutto un processo di “Change Management” da gestire: innanzitutto si pesca nei torrenti – non nei laghetti – con esche diverse – artificiali – con canne leggermente differenti… insomma diventa più complicato, meno “sicuro” produrre il risultato.

Fuor di metafora, è il periodo caratterizzato da mercati ancora in sviluppo ma con una concorrenza più vasta e agguerrita, da una certa fatica ad assicurare pesci per tutti, da conseguenti ristrutturazioni, efficienze ecc..

Purtroppo però, ad un certo punto finiscono anche i salmoni e, per riuscire a mangiare del pesce, occorrerà dedicarsi agli squali bianchi. (Uso questa pesce – e non altri – non a caso: è il momento in cui il cliente diventa veramente il padrone assoluto del gioco. E quando questo avviene il cliente diventa più “grosso” e “cattivo” del fornitore e lo costringe a muoversi sul suo terreno). E’ il momento che stiamo vivendo, caratterizzato da grande incertezza ed indeterminatezza di contesto – innovazioni tecnologiche, globalizzazione, saturazione dei mercati, cicli di vita di prodotti e idee sempre più brevi.

In questo cambiamento c’è molto di più di un gioco che si fa più complicato: c’è contemporaneamente un salto tecnologico, di contesto, di competenze necessarie e molto altro ancora. Insomma è tutto più complesso.

Che fare dunque?

Proviamo a parlarne qui. Benvenuti.

Alberto

the magazine post

La video intervista rilasciata a THE MAGAZINE POST