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MA QUANTO SI PARLA DI TEAM!

Se con Team si intende, alla fin fine, un insieme di persone che provano a far qualcosa insieme con uno scopo più o meno comune, vogliamo provare a vedere quante parole abbiamo, in italiano, per indicare il concetto?

Ispirandoci a quanto fatto da Melville nell’introduzione a Moby Dick in relazione ai modi di definire la balena, limitiamoci per ora ad un semplice (forse noioso ma necessario e sperabilmente illuminante) elenco di nomi, sicuramente incompleto, ma in compenso rigorosamente in ordine alfabetico e con definizioni tratte dal vocabolario Treccani:

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COMPLESSO E COMPLICATO NON SONO SINONIMI.

Complicato è un nodo da slegare, un indovinello  – faticoso, noioso, occorre avere pazienza – ma la soluzione per definizione esiste, c’è di sicuro; poi  magari non la troveremo ma sappiamo che è – a priori – univoca e potenzialmente alla nostra portata; le variabili da gestire sono chiare, definite.
Con poca o molta fatica, inoltre, è possibile, una volta sciolto il nodo, “ risolto il problema” , scrivere le istruzioni per l’uso.
Complesso è qualcosa di cui è difficile vedere, governare, intuire tutti i risvolti e tutte le variabili. Complesso è qualcosa di cui è impossibile prevedere con certezza lo sviluppo, le dinamiche. Comprendere le relazioni causa/effetto. Dare le istruzioni per l’uso.
Educare un figlio è complesso; l’amicizia e l’amore sono complessi; la vita, è complessa (una volta si diceva – non a caso – complicata)
Andare a caccia di squali bianchi, dunque.
Quali saranno le competenze necessarie per il “pescatore” – pardon, “cacciatore” (avrete senz’altro  notato che stiamo cambiando i nomi dei mestieri, oppure non li cambiamo ma mutano sostanzialmente le competenze necessarie per svolgerli)?
Oh, molto più vaste di prima: non solo occhio e polso, ma capacità natatoria, velocità, coordinazione, respirazione…ma insomma, rivedendo la strumentazione e i programmi formativi, facendo un gigantesco business process reengineering, passando da una struttura funzionale a un modello professionale e poi…
Qual è, però, l’ingrediente fondamentale – veramente indispensabile – per poter andare a caccia di squali?
Quando faccio questa domanda nelle aule, dopo un  attimo di pausa, tutti dicono: “il coraggio”.
E quando aggiungo: e se dovessimo andare a pesca o a caccia di animali che nemmeno immaginiamo, quale sarebbe – ancora e di più – l’ingrediente fondamentale?
E quando ricordo che cosa dice don Abbondio nei Promessi Sposi a questo proposito, tutti, silenziosamente, annuiscono. Se uno, il coraggio che non ha, non se lo può dare…figuriamoci se glielo può dare un altro.
Come si fa a insegnare il coraggio?
Questo, credo, è il tema oggi: andiamo verso un mondo ignoto,  anzi ci siamo già dentro. Un mondo senz’altro complesso, in cui cambieremo più spesso mestiere –anche se magari ne manterremo il nome . Un mondo in cui le competenze necessarie saranno senz’altro più vaste, in cui occorrerà senz’altro apprendere nuove cose, imparare ad apprenderle più rapidamente e contemporaneamente imparare a dimenticare nozioni antiche,  automatismi consolidati.
Ma soprattutto un mondo in cui le “cose invisibili agli occhi” (coraggio, determinazione, fiducia, allegria, empatia…) sono e saranno le uniche essenziali.
Come ha detto Pier Luigi Celli in una delle sue espressioni  più “fulminanti” , un mondo in cui sono e saranno sempre meno importanti i curricula e sempre più importanti le biografie (di questo parleremo più in là).
E qui sta anche il punto di questo libro:  mentre, forse, le famiglie dovranno imparare ad educare i loro giovanissimi figli al “coraggio” , all’ “allegria”, alla “fiducia”  – ammesso che lo facciano davvero – chi si occupa di ri-educare gli adulti?