Archivio | management RSS for this section

La nuova sfida manageriale #1: né con Amleto né con Don Chisciotte

Il famoso motto einaudiano “Conoscere per Deliberare” nella versione adatta alla complessità andrebbe riformulato in forma di domanda:

Quanto occorre conoscere per deliberare abbastanza in fretta?

Poiché se il leader deve “creare contesti culturali, organizzativi e umani in grado di produrre risultati continuativamente nel tempo” la complessità da affrontare aumenta a dismisura, la prima domanda da farsi è quella relativa alle modalità con le quali dovrà procedere nel prendere le sue decisioni.

Continua a leggere…

Annunci

Il limite del management, la scelta dell’individuo: le leggi asimmetriche della felicità

Quanto tempo occorrerebbe per definire le 10 Regole d’Oro alle quali un padre o una madre dovrebbero attenersi per assicurare ai  loro figli una vita – tutta la loro vita – infelice? Quanto tempo occorrerebbe per stilare il libretto delle istruzioni contenente i comportamenti e gli atti adatti a questo scopo? Non molto.

E che probabilità di successo – una volta definite e quindi messe in atto le procedure necessarie – avrebbe tale decalogo? Tendente al cento per cento.

Bene. Proviamo adesso a rovesciare il ragionamento: quanto tempo occorrerebbe per definire le 10 Regole d’Oro alle quali padri e madri dovrebbero attenersi per assicurare ai loro figli una vita – tutta la loro vita – felice? Quali sarebbero i comportamenti e gli atti adatti allo scopo? E poi, 10 regole sarebbero sufficienti o ce ne vorrebbero di più? E ammesso di riuscire a scrivere tutte le istruzioni, che probabilità di successo garantirebbe la loro più scrupolosa osservanza? Continua a leggere…

Come funziona una squadra che funziona

Come funziona una squadra che funziona: la scelta di Michelangelo (Rampulla)

Il Portiere era Michelangelo Rampulla e, in quell’anno, giocava titolare in serie A con la Cremonese.

Lui la racconta così (ho trovato la sua versione in un sito di suoi tifosi):

Lo ricordo come fosse adesso, era il 23 febbraio 1992 e stavamo perdendo contro l’Atalanta per 1 a 0. All’ultimo minuto un compagno batte il calcio d’angolo della disperazione, io lascio incustodita la porta e mi spingo nell’area avversaria. La parabola del pallone è perfetta, mi avvento di testa sorprendendo gli avversari, colpisco con la fronte piena e faccio goal.

Gioia indescrivibile, tutti mi abbracciavano, le televisioni ed i giornali per un paio di giorni non hanno parlato d’altro. Una volta tanto il mio nome era stato abbinato non ad una rete subita, ma ad un goal fatto. Continua a leggere…

Perché e che cosa NON è squadra (al netto della retorica)

E quindi: giocare in squadra, perché l’intelligenza individuale non è sufficiente mentre l’intelligenza collettiva qualche risposta potrebbe darla se – quando utilizziamo il termine squadra – intendiamo appunto un particolare modo di organizzarsi teso a produrre un risultato collettivo superiore alla somma dei contributi individuali.

Valerio Bianchini, per esemplificare questo concetto, usa l’esempio di una mano: “che cosa possono fare, che forza hanno le singole dita? Pensate al mignolo! Ma provate a stringerle in un pugno (che senza quello stesso mignolo non potrebbe essere “chiuso”) e pensate alla sua potenza”.

In questo senso, pertanto, un insieme di schermidori che vince la “Coppa del mondo a squadre” non è affatto una “squadra”, per lo meno nell’accezione che utilizziamo qui: il risultato collettivo è infatti identico alla somma dei risultati/contributi individuali.

Continua a leggere…

La morte del padre, la morte del capo, la morte dell’eroe

Abbiamo già detto che – riducendosi freneticamente i cicli di vita di ogni “cosa”  poiché sempre più rapidamente il contesto ne determina l’obsolescenza – i cambiamenti che dovranno affrontare le organizzazioni e gli individui saranno, nell’unità di tempo, molto più numerosi.

Domanda:

Quanti capolavori hanno prodotto nella loro intera vita Michelangelo, Beethoven, Thomas Mann? Uno? Due? (stiamo parlando di capolavori, non di “esercizi” ).

E quante teorie rivoluzionarie hanno prodotto nella loro intera vita Newton o Einstein? E quante scoperte decisive hanno prodotto nella loro intera vita Pasteur o Fleming?

E quindi che cosa ci fa pensare che un imprenditore geniale, un manager sagace, un capo eccezionale possa produrre un numero talmente elevato di geniali business idea, strategie innovative, scelte organizzative da consentire ad un’azienda di procedere a tutti quei “salti” di curva cui siamo obbligati nell’Era dello Squalo Bianco?

E che cosa ci fa pensare – sì, proprio a noi, a me – di avere sempre l’idea “giusta” rispetto ad ogni contesto?

Quante soluzioni “giuste” possono avere in serbo dei singoli uomini – anche se particolarmente intelligenti –  nella loro intera vita?

Ahimè, non ci sono uomini adatti per tutte le stagioni e poiché è per altro vero  che – come si usa dire – non ci sono più le stagioni di una volta (con la loro prevedibilità, stabilità o al massimo con qualche complicatezza), un altro cambiamento culturale profondo che ci impone l’era della complessità è quello di rassegnarci alla limitatezza nostra (e degli altri) come singoli individui e imparare davvero a “giocare in squadra”.

Il capo, il padre, l’eroe che indica la via, dice agli altri che cosa fare e da cui dipende la felicità di ognuno è definitivamente morto.

IL RISCHIO DELL’AFASIA…

…la necessità di educare a vincere e a perdere e a “risorgere”

Se ci si pone ancora oggi sul piano delle “soluzioni definitive”, delle “ricette”, delle “regole d’oro”, il rischio per le persone più serie e consapevoli è davvero l’afasia (non so che cosa dirti), mentre per  quelle che lo sono meno l’alternativa si gioca fra lo spaccio di certezze più o meno consapevolmente millantate o i generici appelli all’impegno e all’ottimismo che fanno superare ogni ostacolo.

Il che è esattamente ed ovviamente ciò che accade più spesso nelle aziende: il Management non comunica nulla, oppure promette il miracolo imperituro generato dal piano/prodotto/scelta geniale che ha appena avuto – che, anche se efficace, come sappiamo sarà già inutile domani mattina -, oppure fa generici appelli alla volontà e alle profezie luminose che si autoavverano – basta crederci ed è fatta!

Continua a leggere…

L’importanza di chiamarsi Ulisse

Le variabili affrontate dal “pover’uomo” sono infatti molteplici e talmente e variamente interconnessemare, venti, tempeste, Dei (buoni e cattivi, a favore e contro), mostri, giganti, ciclopi, popoli diversi, maghe, ninfe, compagni, zattere, vacche, rupi erranti, sirene, archi, famiglia, pretendenti, servitori, mogli, figli, pozioni magiche, incantesimi, fantasmi, scelte (immortale sì o no? immortale in che senso?…), fame, lacrime, tradimenti…da renderlo un’ottima case history sulla GESTIONE individuale della complessità.

ecco una rilettura manageriale dell’Odissea di Ulisse.

Continua a leggere…