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La nuova sfida manageriale #1: né con Amleto né con Don Chisciotte

Il famoso motto einaudiano “Conoscere per Deliberare” nella versione adatta alla complessità andrebbe riformulato in forma di domanda:

Quanto occorre conoscere per deliberare abbastanza in fretta?

Poiché se il leader deve “creare contesti culturali, organizzativi e umani in grado di produrre risultati continuativamente nel tempo” la complessità da affrontare aumenta a dismisura, la prima domanda da farsi è quella relativa alle modalità con le quali dovrà procedere nel prendere le sue decisioni.

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cosa veDrò?

Sono stato invitato al think tank Vedrò che si svolgerà in Trentino (a Drò per l’appunto) a fine mese.

Il tema del workshop a cui parteciperò è ” la personalità del LEADER” (questo sconosciuto aggiungerei io…)

Dalla brochure dell’evento:

La personalità del leader costituisce uno dei fattori fondamentali che determinano l’evoluzione di una società. I leader esprimono il contesto a cui appartengono rispecchiandone vizi e virtù e al tempo stesso lo influenzano contribuendo al suo cambiamento.
L’investitura del leader può essere analizzata dal basso, ovvero dal punto di vista dei follower che lo riconoscono e dei movimenti collettivi da cui emerge e di cui diviene portavoce. O dall’alto, e cioè dal punto di vista delle caratteristiche personali, caratteriali, psicologiche, etnografiche che lo rendono più adatto a competere sul terreno della selezione naturale sul campo.
Nel WG si adotterà questo secondo approccio indagando lo scenario attuale a partire dai profili di leader
che ha visto nascere così come degli spazi vuoti, vacanti, non ancora intercettati da figure carismatiche
in grado di assumere il timone di questa delicata e tempestosa fase storica.

Vedrò mi pare decisamente un’ottima occasione di confronto scambio e contaminazione. Vi racconterò come è andata al mio ritorno.

Alberto

IL RISCHIO DELL’AFASIA…

…la necessità di educare a vincere e a perdere e a “risorgere”

Se ci si pone ancora oggi sul piano delle “soluzioni definitive”, delle “ricette”, delle “regole d’oro”, il rischio per le persone più serie e consapevoli è davvero l’afasia (non so che cosa dirti), mentre per  quelle che lo sono meno l’alternativa si gioca fra lo spaccio di certezze più o meno consapevolmente millantate o i generici appelli all’impegno e all’ottimismo che fanno superare ogni ostacolo.

Il che è esattamente ed ovviamente ciò che accade più spesso nelle aziende: il Management non comunica nulla, oppure promette il miracolo imperituro generato dal piano/prodotto/scelta geniale che ha appena avuto – che, anche se efficace, come sappiamo sarà già inutile domani mattina -, oppure fa generici appelli alla volontà e alle profezie luminose che si autoavverano – basta crederci ed è fatta!

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L’importanza di chiamarsi Ulisse

Le variabili affrontate dal “pover’uomo” sono infatti molteplici e talmente e variamente interconnessemare, venti, tempeste, Dei (buoni e cattivi, a favore e contro), mostri, giganti, ciclopi, popoli diversi, maghe, ninfe, compagni, zattere, vacche, rupi erranti, sirene, archi, famiglia, pretendenti, servitori, mogli, figli, pozioni magiche, incantesimi, fantasmi, scelte (immortale sì o no? immortale in che senso?…), fame, lacrime, tradimenti…da renderlo un’ottima case history sulla GESTIONE individuale della complessità.

ecco una rilettura manageriale dell’Odissea di Ulisse.

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L’era della TROTA [ovvero: fai la cosa giusta e….camperai cent’anni!]

Proviamo ad immaginare una storia – la Storia della generazione che ha ricostruito l’Italia nel secondo dopoguerra.

Per renderla più realistica la ambienterei in una grande città del mitico triangolo industriale. Tra Milano, Genova e Torino sceglierei quest’ultima: ho in mente infatti una storia tristissima – con un lieto fine amarognolo – e mi sembra che Torino possa rappresentarne il set ideale.

Il 22 novembre 1946 – una giornata grigia e piovosa -, Maria Addolorata Ferrero in Rebaudengo dà alla luce il suo primo e unico figlio: un bellissimo frugoletto dagli occhi azzurri che, d’accordo con il marito Antonio, decide di chiamare Pietro in onore del nonno paterno (anziché Kevin, Christian o Ridge in onore di qualche cantante/attore/presentatore/velino) .

Dopo un solo anno, purtroppo, il padre di Pietro viene a mancare a causa di un incidente sul lavoro.
Maria Addolorata, non potendo sopravvivere con la sola pensione del marito, trova un lavoro come portinaia in uno stabile signorile di Corso Galileo Ferraris: il contratto fortunatamente prevede anche una sistemazione per lei e il figlio nel monolocale più servizi in dotazione.
Pietro cresce timido, serio, responsabile ed ubbidiente. A scuola è un alunno modello, studioso ed attento. Quando Pietro termina le medie, però, Maria Addolorata si trova in grave crisi: il figlio meriterebbe di continuare gli studi ma – si sa – i soldi che guadagna come portinaia sono pochi e l’aiuto di un altro reddito, dopo quattordici anni di sacrifici…che ci sarebbe quel cugino che può mettere una buona parola per farlo entrare in FIAT. Per fortuna, visti i meriti del giovane, il parroco della “Piccola Casa della Divina Provvidenza” interviene in aiuto della famiglia e, grazie anche al contributo dell’ APVI (Associazione delle Portinaie Vedove Italiane), il ragazzino può iscriversi al Liceo Scientifico. Pietro si dedica allo studio con dedizione e passione e d’estate lavora come cameriere all’Hotel Savoia. Non ha tempo per i giochi degli adolescenti né per cercarsi una fidanzata. Superata la maturità con 60/60, vince la borsa di studio e può iscriversi ad Ingegneria Meccanica al Politecnico di Torino; si laurea in quattro anni e mezzo con il massimo dei voti – lavorando nel frattempo come portiere di notte – e viene subito assunto in FIAT: Analista Tempi e Metodi. Dopo 5 anni di gavetta, grazie alla sua serietà professionale, all’obbedienza rispettosa verso i superiori e all’espansione dell’azienda Pietro viene convocato presso la Direzione del Personale dove il Direttore in persona, dopo essersi complimentato per l’impegno e la competenza che – “pur essendo Lei così giovane”- ha dimostrato, lo nomina Quadro. Pietro non riesce a trattenersi, vorrebbe abbracciare e baciare il suo superiore, ma si limita a stringergli la mano con gli occhi velati da lacrime di gioia e si precipita a telefonare alla madre – quella madre che nel frattempo è imbiancata nei capelli e si è come rimpicciolita a furia di lavare scale e smistare posta e stirare biancheria per la signora del terzo piano: “Mamma, stasera ti porto a cena e sabato andiamo a Venezia, come hai sempre desiderato. Non devi preoccuparti più di niente, tutti gli sforzi che abbiamo fatto, la fatica e i sacrifici sono stati oggi finalmente ripagati. Non dobbiamo temere più niente, per il resto della vita!”
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EVVIVA LA CONVENTION AZIENDALE #1

In cui si narra del difficoltoso avvicinamento alla sede congressuale da parte dell’Amministratore Delegato

bagniNon ho mai capito quelli che scrivono sui muri dei cessi.

E non intendo i ragazzini a scuola. Parlo delle scritte nei cessi dei bar e degli autogrill. Specialmente quelle degli autogrill.

Forse perché si sente anche la dimensione del viaggiare. E’ una sorta di walk-about industriale, sa, del tipo di quello degli aborigeni australiani di cui parla Chatwin. Non lo conosce?, glielo consiglio…no non sto scherzando.

Vede, io capisco le scritte sui muri delle città, perfino le incisioni sui tavoli delle pizzerie e, seppure a fatica, quelle che deturpano le colonne dei templi: è iconoclastia, rigurgiti di turisti incazzati, è il rabbioso gridare la propria mediocrità. Ma al cesso!?

Che cosa scatta nella testa di uno che, mentre piscia frettolosamente, sente il bisogno di scrivere: questo per me è veramente un tema degno di analisi. E chi sa se in altre epoche c’è stato l’equivalente. Che magari le Chansons de gestes sono nate in modi analoghi e, perché no?, anche le saghe degli Achei. Già, perché si tratta di rapsodi moderni, in realtà. Lei dovrebbe vedere i rimandi curiosi, e come un’altra mano riprenda da dove uno ha terminato. No, non sto facendo il furbo. Parlo seriamente. E non si tratta solo di sberleffi, e di aggiunte del tipo “dallo a tua sorella”. Perché in quelle scritte non ci sono solo riferimenti alle dimensioni del proprio membro e a cosa ne dovrebbero fare le mogli, le figlie e, appunto, le sorelle di tutti i futuri fruitori di quel servizio pubblico, non ci sono solo inni alla troiaggine di qualche “Emanuela” che la dà gratis segue numero di telefono, né solo i messaggi truculenti dei froci che promettono di farsi trovare per tutte le notti del mese al parcheggio dei camionisti…no. C’è ben altro: poesie, citazioni, sonetti, pensieri, aforismi.


Ora, è proprio questo che mi sconcerta. Al cesso. Ispirati da chissà quale sonorità di sciacquoni, sordi fragori di rutti discreti dopo mangiato prima di ripartire, fruscii di cerniere che si chiudono, che si aprono, risate gutturali di anziane orde giapponesi stanche del bus, echi di bambini che piangono di là del muro, nel bagno delle donne – per tacere di altri rumori. Capisce, signor procuratore, è per questo che spiavo. Non certo per aggredire o, come dite voi, rapinare qualcuno né certo per fare il guardone. Anzi, l’aggredito se mai sono io: quello mi ha quasi spaccato il naso, oltre che gli occhiali”


Be’, ero lì che , con rispetto parlando, pisciavo, che all’improvviso ti vedo la faccia di un uomo sopra il muretto divisorio dei cessi…ho pensato è un matto, un ergastolano, mi vuol fregare i soldi, mi avrà seguito da Milano, sa che mi hanno pagato…insomma gli ho dato un pugno… non son stato lì a vedere che aveva gli occhiali…ma vorrei vedere voi… sei lì che scuoti il ghebo… come cos’è, signor giudice, il cazzo!, con rispetto parlando…Poi, sì, sono balzato dall’altra parte e gli ho anche mollato qualche calcio, sì, anche sui coglioni, con rispetto parlando…ma solo perché ho visto che aveva una pistola…no, poi non era una pistola ma il cellulare… ma cosa vuole, con lo spavento che mi sono preso, che era tutto il giorno, con ‘sti duemila euri in tasca, sa, avevo appena finito un lavoro, che era tutto il giorno che mi scottavano in tasca, che mi guardavo intorno…vorrei vedere voi, una settimana di lavoro, in ‘sta città di merda, e poi ho preso il furgone e finalmente tornavo a casa, che sarei arrivato tardi ma comunque a casa…”


Sono ormai dieci anni che guardo i bagni qui all’autogrill, sì, ieri sera, quando ho sentito tutto il trambusto sono stata io a chiamare subito i poliziotti, che per fortuna erano al bar per un caffè…sono intervenuti subito a dividere i due uomini…be’, più che dividere a fermare quello scalmanato che picchiava il poverino per terra…no, non avevo notato niente di strano, sa, con tutta la gente che va e che viene…solo, a un certo punto, delle grida, sono entrata e ho visto due che si picchiavano, o meglio, uno, quello più anziano e corpulento, che prendeva a calci un altro, disteso, urlando come un ossesso che voleva rapinarlo…e allora ho gridato anch’io e sono corsa verso il bar dove per fortuna c’erano quei poliziotti…poi ho visto che li hanno caricati in macchina e sono partiti…sono rimasta scombussolata tutto il giorno…sa, se ne sentono così tante…”


Non è vero che io abbia fatto resistenza all’arresto, si figuri, nello stato in cui mi trovavo, mentre invece è esatto, sì, che io non abbia dichiarato subito le mie generalità. Capisco che è stata un’idiozia, ma d’altronde, provi a capirmi, ero lì che non facevo niente di male, e quello mi prende a pugni e i poliziotti che poi mi scaraventano in macchina e mi portano in questura e mi dicono di confessare subito la tentata rapina, e di non rompere i coglioni, che tanto è tutto chiaro e quindi mi conviene, che se lo faccio mi becco il minimo, eccetera, lei lo saprà meglio di me. E così quando mi hanno chiesto le generalità, siccome avevo dimenticato il portafoglio ed ero senza documenti, devo averli mandati a cagare. E quelli mi hanno portato a San Vittore, arrestato senza alcun diritto. Ma il tutto sarà durato un quarto d’ora. Era venerdì sera, d’altronde. Ieri sera. Stavo andando alla Convention sul Garda…sì, le facciamo di sabato e domenica…No, non ho subito maltrattamenti, se intende violenze fisiche. No, per niente. Veloci, puliti, indifferenti. Ma se intende chiedermi, e sono sicuro che non era questo il senso della sua domanda, se mi sono sentito violentato, ebbene non c’è alcun dubbio. Sbattuto in carcere in un attimo, senza spiegazioni, senza parole, quasi. Io che tentavo di rapinare qualcuno. Ma va là…E comunque adesso devo andare, che devo raggiungere i colleghi alla Convention. Sono già in ritardo.

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“Signore e signori, benvenuti. Ci sarà una piccola variazione di programma dato che il nostro AD, che avrebbe dovuto aprire i lavori, ha avuto un contrattempo.

Ci raggiungerà nel pomeriggio.”

ORATOR FIT

POETI SI NASCE, ORATORI SI DIVENTA
buona lettura e Buona Pasqua.
Alberto

«S’accomodi» disse la domestica a Luigi Vinelli «la lezione sta per cominciare.»
Il professore era il famoso Codaro, oratore. Uno di quegli esseri privilegiati che hanno il dono di poter alzarsi in un momento qualsiasi e improvvisare un discorso in pubblico.

Quanti non hanno sognato o non sognano di possedere questa facoltà?

Quante volte, vedendo quei fortunati, voi stessi non avete pensato: Oh, se anch’io potessi, se sapessi!

E quante volte, voi che non siete oratori, vi siete avvelenati un pranzo pensando che alla fine avreste dovuto dire due parole, che non potevate farne a meno, che a un certo punto da un capo della tavola sarebbe suonato il vostro nome e tutti avrebbero fatto coro, reclamando da voi un discorsetto; e a questo pensiero avreste preferito darvi alla fuga, piuttosto che affrontare la prova per voi irta di difficoltà e di incognite?

Luigi Vinelli non aveva mai parlato in pubblico e l’impossibilità di farlo, perché sprovvisto di qualità oratorie, era un suo cruccio.

Ecco perché era accorso all’inserzione pubblicitaria che garantiva: tutti oratori in una sola lezione.E lui quella sera stessa doveva andare a un pranzo.

Il famoso Codaro entrò nell’aula già affollata di studenti:«L’incapacità di parlare in pubblico»disse incominciando la lezione «deriva da due ragioni: la timidezza e la mancanza di argomenti.

Oserei affermare che le due ragioni si riducono a una, in quanto anche la timidezza deriva novanta volte su cento dal non saper che cosa dire o, meglio, dal credere di non saper che cosa dire.

Un improvviso vuoto si fà nel vostro cervello, per quanto vi sforziate, non trovate un argomento, l’urgenza vi ottenebra la mente e così, anche se si tratta d’una circostanza in cui potreste dire mille cose, vi sembra di non poterne dire nemmeno una e rifiutate di alzarvi e parlare, oppure lo fate nello stato d’animo d’un vitellino condotto al macello, balbettate poche parole impacciate, accennando al fatto che non siete oratore, che siete commosso, e aggrappandovi disperatamente a dei banali “grazie di tutto cuore, a tutti, per tutto”, nei quali l’unico vantaggio del vostro impaccio e del vostro terrore è che essi vengono scambiati per una esagerata commozione che può anche procurarvi degli applausi.

Ma in entrambi i casi trasformate in un insuccesso quello che invece potreste con estrema facilità far diventare un successo clamoroso, in cui sareste subissato di applausi. Ebbene io vi darò il segreto per diventare di colpo oratori».

La scolaresca era tutta orecchi. «Non si tratta dei sassolini di Demostene» proseguì il maestro. «Immagino anzitutto che voi non siate balbuzienti; e, se anche lo foste, la padronanza dei temi e la disinvoltura con cui tratterete il vostro difetto (purché non sia molto pronunciato, ben inteso; nel qual caso occorrerebbero non meno di due lezioni) vi salveranno.Né, d’altra parte, il fatto di non essere balbuzienti vi gioverà se non avete argomenti. Anzi!

Si tratta invece d’un segreto facilissimo. Una formula… »
«Magica?» interruppe Luigi.
«Quasi» disse Codaro. «Una formula la quale vi permetterà di parlare in ogni momento su qualsiasi tema.»
«Volesse il cielo!» esclamò più d’uno.
«Sarei proprio curioso di conoscere quest’abracadabra» fece un altro allievo, scettico.

«Niente di più semplice» disse Codaro.«Questa formula si riassume in tre parole sole: parlare del futuro.

Beninteso, essa vi consentirà di parlare anche del passato, non foss’altro che per contrapporlo.Ma ricordatevi che il passato può commuovere, intenerire anche fino alle lagrime,ma soltanto i concetti imperniati sul futuro sono tali da suscitare quell’entusiasmo a cui ogni oratoredegno di questo nome deve aspirare con tutte le forze».

Poiché la scolaresca non pareva avere ancora afferrato il concetto, almeno nelle possibili applicazioni preannunziatecome la cosa più facile di questo mondo, Codaro alzò il tono della voce.

«Scendendo ai particolari» aggiunse «vi dirò che dovete tener sempre presente questo concetto: che di qualsiasi cosa, situazione o avvenimento, in qualsivoglia istante e in tutte le possibili circostanze, con ogni immaginabile accidente, si può, anzi si deve, proclamare, con la certezza di suscitare l’entusiasmo degli ascoltatori:

«a) che il fatto di cui parlate è tale da permettervi di considerare con giustificata fiducia l’avvenire; guai se parlerete di fiducia ingiustificata o, peggio ancora, se accennerete all’impossibilità di guardare con fiducia all’avvenire o addirittura se alluderete a giustificata sfiducia (questo è il peggio di tutti); il gelo cadrà come una pesante coltre sull’uditorio, smorzandone ogni entusiasmo; tuttavia, il concetto della fiducia nell’avvenire sempre così come da me esposto, va riservato per la chiusura;

«b) che il fatto di cui parlate si deve considerare non un punto d’arrivo, ma un punto di partenza. «Parentesi: una sola variante può essere concessa a questa messa a punto, diciamo così, topografica: messi in non cale l’arrivo e la partenza,considerarsi “a una svolta decisiva”. Direte, per esempio: “Questo a cui siamo (o siete, o essi sono, o io sono, o egli è) giunti (o giunto) non deve essere considerato un punto d’arrivo, ma un punto di partenza.»

La scolaresca rimase male. Tutti speravano di più.
«E voi dite» esclamò Luigi «che questa formula… » «Vi permetterà di parlare di qualsiasi cosa, in qualsivoglia pubblica circostanza» ripeté Codaro.

«Beninteso» aggiunse subito «io suppongo che voi non siate del tutto imbecilli e che, una volta avuto in mano il bandolo d’un ragionamento,sappiate andare avanti un po’. Del resto in molti casi basterà pronunciare puramente e semplicemente la frase suddetta.

Sarete considerati oratori concisi e vi si applaudirà lo stesso e magari di più. Tanto meglio se saprete condirla un po’, il che non è difficile, col minimo indispensabile.

Che so io, potrete dire: “Vi ringrazio d’avermi invitato a parlare, ma non sono certo io, ecc., specie dopo i precedenti oratori che hanno espresso così bene (o: prima di altri che assai meglio di me esprimeranno ecc.); tuttavia, colgo l’occasione per dirvi una cosa sola, poiché non ho né la voglia né il diritto di tediarvi; e la cosa è questa: vorrei che tutti, senza distinzione di grado o di mansioni (o che so io), tenessimo presente che questo a cui siamo giunti non deve essere considerato un punto di arrivo ma un punto di partenza, eccetera come sopra detto”.»

Uno degli allievi chiese di parlare.
«Ammetto» disse «che la frase possa fare un certo effetto a un’assemblea, a un congresso, a un banchetto di industriali, insomma dovunque c’è gente che marcia (figuratamente o no), o s’illude di marciare verso una mèta. Ma ci sono mille altri casi. Per esempio, un pranzo di nozze.»
«Ebbene,» esclamò Codaro «quale migliore occasione per proclamare che una cerimonia nuziale è un punto di partenza? C’è da impiantare una famiglia, da mettere al mondo dei bambini, da dare alla patria e all’umanità nuove energie. Idem a un battesimo, a una inaugurazione, a una tappa del Giro d’Italia.»

«Benissimo,» esclamò l’obbiettore «ma, invece che a una tappa, provi a dirlo alla fine del Giro. Punto di partenza?»

«Perché no? Anzi. La frase diventa piena di significato e, nella peggiore ipotesi, spiritosa: questo non è un punto d’arrivo, ma un punto di partenza. Se gli ascoltatori restano seri, aggiungerete: il vincitore non deve arrestarsi, ma proseguire nel cammino delle vittorie, ecc.; oppure: l’organizzazione deve perfezionarsi sempre più, ecc. Se invece l’uditorio ride, aggiungerete: questo non è che il primo giro del circuito, bisogna farne un certo numero ecc.»

«Non mi arrendo ancora» fece l’interlocutore. «La frase calza, ve lo concedo, ed è uno spunto nelle occasioni che ella ha citato e in mille altre, perfino a nozze d’oro e di diamanti. Ma provi a dirla a un funerale».

«Perché no? Tutti intorno sotto gli ombrelli gocciolanti davanti alla fossa aperta.

L’oratore: “questa estrema stazione a cui il nostro indimenticabile amico è arrivato, per quanto perdentesi nelle nebbie di una misteriosa lontananza, non va considerata un punto di arrivo, ma un punto di partenza.Egli non è approdato alle buie porte del nulla per scomparire, fiammella fatua, nelle tenebre. No; al contrario, è oggi che comincia la sua seconda vita, la vera. Egli vivrà nella memoria di quanti lo conobbero. Nelle opere. Nei figli diletti. E vivrà per se stesso nei cieli luminosi. Finito il suo lungo peregrinare triste e faticoso, egli ha spiccato il volo, è partito…»

La scolaresca non poté trattenere un caloroso applauso subito represso dallo scampanellare del docente.
«E per la conclusione?» domandò un’allieva del primo banco.
«Per la conclusione» fece Codaro, asciugandosi il sudore che gli sgorgava dalla fronte in conseguenza del pistolotto «basterà la formula a: «Per tutte le ragioni sopra esposte, sono lieto di dirvi che si può guardare con giustificata fiducia l’avvenire».  «E che c’entra coi funerali?» domandò un allievo.
«L’avvenire del mondo, in genere. La vita non s’arresta.»
Un altro allievo fe’ cenno di voler parlare.
«Ma» obbiettò «dopo un po’ tutti si accorgeranno che dite sempre la stessa cosa.»

«Ohibò!» fece il professore. «Non è il cibo, ma il condimento quello che fa la novità. Per questo ho parlato d’un concetto. È il concetto, quello che vi servirà, non le parole testuali. A voi presentare la braciola cucinata in mille modi. Non è difficile, sol che non precipitiate le cose. Comincerete col ringraziare, col lodare e poi girerete la frase in modi diversi. Un’altra volta, alzatovi, con aria di mistero, direte: “Signori, vedo laggiù la terra e alle mie spalle i flutti; questo non è un approdo ma un trampolino”. Un’altra volta, invece di sottintendere mezzi nautici, vi appoggerete all’aviazione: “Questo,” direte “non dev’essere uno scalo ma una pista di lancio. Una terza volta dopo aver detto: “Guardiamoci intorno, signori: questa è una stazione (tanto meglio se lo sarà realmente); vedo là i treni, le locomotive sbuffanti, i cartelli indicatori, i semafori. Ma ora vi dirò una cosa: Noi non siamo al lato arrivi, (pausa; poi, alzando il tono) siamo al lato partenze”. (Applausi scroscianti). Oppure, con tono nostalgico e lo sguardo nel vuoto: “Noi non siamo i viaggiatori che arrivano, ma quelli che partono, quelli che vanno sempre, instancabili verso la meta ecc. ecc. secondo le circostanze.»

La lezione era finita. La scolaresca si alzò e qualcuno disse a nome di tutti, ringraziando: «Ora ci sentiamo veramente d’affrontare qualsiasi occasione. Saremo oratori. Siamo giunti alla meta desiderata, alla possibilità di parlare in pubblico».  Codaro li guardò con un’espressione divenuta improvvisamente grave.


«Ne sono lieto» disse in tono raccolto «e ne sono anche orgoglioso per la piccola parte che posso aver avuto nella cosa. Tuttavia debbo dirvi che vi sbagliate, che siete in errore.» (La scolaresca trattenne il fiato stupita.) «Voi non siete giunti alla meta.
Al contrario, molto si è fatto, ma ancora molto vi resta da fare per raffinarvi, per potenziare la vostra oratoria e io vorrei raccomandarvi questo: non vi adagiate sugli allori, giovani, non riposate. Ma vigilate e siate sempre pronti a far udire la vostra voce, a dire liberamente la vostra opinione, alto e forte. Perché» e Codaro alzò l’indice «quello a cui siete giunti oggi non va considerato un punto d’arrivo, ma un punto di partenza!»
La scolaresca applaudì a lungo. Tutti sentivano gonfiarsi il petto di grandi propositi.

«Comunque,» concluse Codaro sono lieto di constatare il vostro zelo e la vostra certezza in voi stessi. Cose che ci permettono di guardare con giustificata fiducia l’avvenire.» Un secondo applauso risuonò nell’aula, entusiastico. Lieti, convinti, accesi, gli allievi uscirono lentamente, commentando il discorso.

Da “Manuale di conversazione” di Achille Campanile (Bur1976)