Il limite del management, la scelta dell’individuo: le leggi asimmetriche della felicità

Quanto tempo occorrerebbe per definire le 10 Regole d’Oro alle quali un padre o una madre dovrebbero attenersi per assicurare ai  loro figli una vita – tutta la loro vita – infelice? Quanto tempo occorrerebbe per stilare il libretto delle istruzioni contenente i comportamenti e gli atti adatti a questo scopo? Non molto.

E che probabilità di successo – una volta definite e quindi messe in atto le procedure necessarie – avrebbe tale decalogo? Tendente al cento per cento.

Bene. Proviamo adesso a rovesciare il ragionamento: quanto tempo occorrerebbe per definire le 10 Regole d’Oro alle quali padri e madri dovrebbero attenersi per assicurare ai loro figli una vita – tutta la loro vita – felice? Quali sarebbero i comportamenti e gli atti adatti allo scopo? E poi, 10 regole sarebbero sufficienti o ce ne vorrebbero di più? E ammesso di riuscire a scrivere tutte le istruzioni, che probabilità di successo garantirebbe la loro più scrupolosa osservanza?Ahimè, per via della solita asimmetria che pare governare le nostre vite, anche sull’argomento “felicità” sappiamo che cosa non bisogna fare – non bisogna applicare le regole del primo decalogo – ma è arduo provare a decidere che cosa bisogna fare. Ed anche riuscendoci, l’ultima parola – l’ultima decisione – sarà presa dal figlio.

Per essere più chiari: se ti stupro, ti umilio, ti picchio venti volte al giorno, non ti faccio studiare, parlare, avere amici, viaggiare e così via avrò la ragionevole certezza di rovinarti la vita. Ma se mi astengo da queste pratiche ed anzi ti ascolto, ti sostengo, ti stimolo, favorisco straordinarie esperienze culturali, sportive, culinarie, amorose e così via, quale certezza avrò che tu sia per sempre felice? Nessuna.

Questo è il limite dei genitori rispetto alla felicità dei figli: posso fare moltissime cose per costruire un contesto favorevole alla sua felicità, ma se il figlio deciderà di rovinarsi la vita io non potrò farci nulla.

Analogamente, con riferimento all’assunzione di responsabilità da parte dei collaboratori, il manager può fare moltissimo in negativo – per scoraggiarla ed impedirla -; può fare moltissimo anche in positivo – per costruire un contesto incoraggiante e favorevole – ma  alla fine l’ultima parola – l’ultima decisione – spetterà al collaboratore.

Questo è il limite del Management.

Certo, dov’è la novità? E’ un limite che c’è sempre stato: nessuno ha mai pensato che il manager fosse onnipotente. Giusto. Occorrerebbe però intendersi meglio sul termine onnipotenza e quindi, se mi consentite, relativizzarlo un pochino:

  • se il contesto è semplice o appena complicato in realtà il manager è proprio onnipotente, nel senso che ha proprio tutti i poteri e tutta la potenza necessari a raggiungere i risultati – ovviamente se è capace –; in tale contesto, infatti, il suo ruolo si sostanzia nel decidere che cosa vada fatto e quindi nel pianificare, programmare e far eseguire meccanicamente dai suoi dipendenti le azioni conseguenti ( un senso di onnipotenza che se talvolta coincide patologicamente con l’autopercezione del proprio ruolo e delle responsabilità connesse – quanta prosopopea, quanto superomismo, quanto autocompiacimento risuona spesso nelle parole del capo – è stato in primis favorito, coltivato e incoraggiato da una sopravalutazione che si è sempre fatta del potere del leader:  Annibale sconfigge i Romani a Canne – da solo, come Asterix?-, Alessandro si spinge vittorioso fino all’India, Napoleone invece perde a Waterloo – di nuovo, da solo – e quindi, sempre da soli: Tizio fonda l’azienda X, Caio risana l’azienda Y e invece Sempronio fa fallire l’azienda Z );
  • se il contesto è invece complesso, come quello che le organizzazioni si trovano ad affrontare oggi, ecco che la non onnipotenza del manager balza agli occhi (anche se qualcuno ancora continua a percepirsi e ad essere percepito diversamente): il capo può provare a creare delle condizioni favorevoli alla assunzione di decisioni e alla loro realizzazione autonoma e coordinata da parte dei collaboratori, ma qui si ferma.

E questo limite del Management non può non cambiare il senso stesso dell’essere capo.

Ne muta il ruolo, le responsabilità e le sfide conseguenti: non si tratta più di saper portare risultati attraverso l’utilizzo delle risorse economiche, tecnologiche e umane a disposizione, ma di saper creare contesti culturali, organizzativi e umani in grado di produrre risultati continuativamente nel tempo.

Il manager, il leader, deve diventare essenzialmente un grande educatore.

E per farlo occorre imparare a:

  • confrontarsi con il proprio “processo di presa delle decisioni” nella complessità
  • confrontarsi con “cose invisibili”
  • “maneggiare” le cose invisibili
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One response to “Il limite del management, la scelta dell’individuo: le leggi asimmetriche della felicità”

  1. massimiliano says :

    Un buon punto di partenza è quello di leggere (nell’ordine):
    Istruzioni per rendersi infelici – P. Watzlawick
    Di bene in peggio – P. Watzlawick
    L’era dello squalo Bianco – A. Fedel
    Dopo di che le cose risulteranno più chiare, dopo di che potrete fare le vostre mosse.

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