Come funziona una squadra che funziona

Come funziona una squadra che funziona: la scelta di Michelangelo (Rampulla)

Il Portiere era Michelangelo Rampulla e, in quell’anno, giocava titolare in serie A con la Cremonese.

Lui la racconta così (ho trovato la sua versione in un sito di suoi tifosi):

Lo ricordo come fosse adesso, era il 23 febbraio 1992 e stavamo perdendo contro l’Atalanta per 1 a 0. All’ultimo minuto un compagno batte il calcio d’angolo della disperazione, io lascio incustodita la porta e mi spingo nell’area avversaria. La parabola del pallone è perfetta, mi avvento di testa sorprendendo gli avversari, colpisco con la fronte piena e faccio goal.

Gioia indescrivibile, tutti mi abbracciavano, le televisioni ed i giornali per un paio di giorni non hanno parlato d’altro. Una volta tanto il mio nome era stato abbinato non ad una rete subita, ma ad un goal fatto.Proviamo per un istante a immaginare la scena guardandola con i suoi occhi ( e in generale assumendo il suo punto di vista): all’ultimo minuto, un poco più di cento metri più in là, nell’area avversaria, un suo compagno batte il calcio d’angolo della disperazione; allora lui decide di:

  1. farsi di corsa e credo molto velocemente i cento e rotti metri che lo separavano dall’area avversaria (che sono corti solo se uno, comodamente seduto in poltrona, guarda alla TV degli atleti preferibilmente di colore percorrerli in meno di 10 secondi; perché se invece uno prova a farli comprenderà cosa significhi uno sforzo anaerobico lungo 100 metri);
  2. lasciare incustodita la sua porta (non so di preciso che cosa sia scritto nella job description di un portiere ma immagino qualcosa del tipo “lei è pagato per parare” ; e quindi il buon Rampulla ha come minimo violato la consegna – avrebbero detto da militare -, ha disertato, non ha assolto al suo compito o, se preferite, non si è fatto gli affari suoi);
  3. colpire di testa la palla con la fronte piena e fare goal (immagino a questo proposito che negli allenamenti specifici dei portieri il colpo di testa non occupi molte sedute e, in generale, non credo che lo schema del calcio d’angolo studiato in allenamento dalla squadra preveda l’arrivo del portiere; insomma: un dilettante allo sbaraglio);
  4. prendersi gli abbracci dei compagni, dell’allenatore e, immagino, gli applausi dei tifosi.

Questi sono i fatti.  Proviamo ora a farci delle domande (e a darci delle risposte):

1. Ha fatto bene o male nel prendere in un istante (senza consultarsi con nessuno, senza riunioni, e-mail, colloqui con il capo) la decisione di correre verso l’area avversaria per provare a fare goal (provare, perché la certezza si ha solo a posteriori)? La scelta (con il senno di prima, non dopo il goal) era corretta? Se sì, sarebbe stata corretta in un altro frangente?

  • Ha fatto senz’altro bene: all’ultimo minuto, in una partita di campionato, perdere per 1 a 0 o per 14 a 0 ha le medesime conseguenze. Invece la stessa scelta fatta al 75° minuto oppure nello stesso ultimo minuto ma sullo 0 a 0, oppure nello stesso ultimo minuto, con lo stesso risultato, ma durante una gara di andata di una qualche coppa, sarebbe stata da fucilazione sul posto.

2. Come si fa ad ottenere che un qualunque giocatore (qualunque collaboratore) sappia distinguere e decidere in tempo reale, in un istante (senza consultarsi con nessuno, senza riunioni, e-mail, colloqui con il capo), quali siano i frangenti in cui è opportuno, consigliabile, indispensabile violare la consegna e quali invece pretendano il presidio del proprio ruolo specifico e l’applicazione rigida della norma?

  • Le condizioni sono 3:
  1. Che i giocatori non perdano mai di vista, non dimentichino, il “senso del gioco”, ovvero lo scopo vero,  l’obiettivo di ordine superiore del loro  “giocare” che, anche nel caso di un portiere, non è affatto “parare” – questo è un eventuale sub-obiettivo funzionale -, ma vincere o per lo meno pareggiare la partita; è infatti al “senso del gioco” (non ai compiti) che occorre riferire sempre ogni nostra scelta: stare in porta e parare tutto il parabile sono compiti che un portiere deve svolgere per vincere la partita, appunto – e non attività fini a se stesse – nelle situazioni “normali”. Ma quando la situazione è eccezionale?
  2. Che siano chiari e condivisi i criteri da adottare nei casi in cui  le norme, vale a dire le procedure e le prassi che regolano le situazioni “normali”, non riescano a supportare “automaticamente” le decisioni; occorre cioè non solo insegnare ed allenare i giocatori a dare delle “risposte” giuste nei casi normali, ma anche insegnare ed allenarli a farsi RAPIDAMENTE le “domande” giuste, rispondere ed agire di conseguenza nei casi straordinari. Nell’esempio di Rampulla :
    1. i.    poiché di per sé, nel calcio, il goal è un evento eccezionale (ovvero la probabilità che in un dato  minuto uno qualunque dei  22 giocatori segni un goal è tendente a zero), la regola per il portiere è quella di starsene in porta;
    2. ii.    poiché la probabilità di prendere un goal in contropiede, una volta abbandonata la propria area, è più elevata della probabilità di fare goal nell’azione di calcio d’angolo, la regola per il portiere è quella di starsene in porta;
    3. iii.    ma poiché stiamo perdendo la partita – mentre vincere o per lo meno pareggiare, come visto, rappresentano il vero senso di questo gioco – forse è meglio farsi le seguenti domande: che minuto è (quanto manca?), che tipo di partita è (campionato o coppa?), la presenza di un uomo in più nell’area avversaria durante un calcio d’angolo può essere utile? E allora sai cosa c’è: mi sciroppo questi cento e rotti metri e vediamo un po’ che cosa succede.
    4. Che non vi sia il timore di “rappresaglie”, specie in caso di insuccesso della nostra iniziativa (come vedremo meglio al punto seguente)
    5. Perché i compagni – in particolare gli attaccanti – e l’allenatore lo hanno abbracciato dopo che ha fatto il goal anziché rimproverarlo aspramente gli uni per averli impropriamente sostituiti e l’altro per violata consegna? Se avesse avuto dubbi sulla loro reazione (anche e soprattutto nel caso in cui non avesse fatto goal e si fosse invece – proprio per aver abbandonato la porta – fatto infilare una seconda volta), sarebbe partito ugualmente per quella avventura nell’area avversaria?
  • Perché, appunto, il “senso del gioco” e i “criteri” sono comuni ( e quindi quando l’allenatore lo ha visto passare davanti alla panchina – presumo dopo un attimo di lecito stupore – avrà capito e approvato all’istante l’idea, così come il centravanti non si sarà affatto domandato se per caso quel collega stesse “invadendo” la sua area di responsabilità),  ma soprattutto perché pareggiare è meglio che perdere anche per allenatori e compagni: è anche nel loro interesse.  Morale: l’uno e gli altri hanno fiducia che, comunque, la decisione presa sarà da un lato razionale e dall’altro tesa al  bene comune. Quindi il buon Rampulla, da parte sua, non ha dubbi (anche in caso di insuccesso) sulla loro reazione: ha a sua volta fiducia che – essendo la sua una scelta  “giusta ”- tutti approveranno non solo e non tanto il risultato finale (quello è nelle mani di un destino che non conosciamo mai a priori, come direbbe Bianchini), ma anche e soprattutto l’iniziativa.

3. Perché lo ha fatto? Per chi lo ha fatto? Quale motivazione lo ha spinto a farlo? E inoltre: ma chi glielo ha fatto fare (nel senso che, non essendo sua la responsabilità di fare goal ma caso mai degli attaccanti, del modulo di gioco deciso dall’allenatore, della campagna acquisti fatta dal presidente, avrebbe potuto disinteressarsi a quel calcio d’angolo).

  • Lo ha fatto per se stesso. Nobile (attaccamento alla maglia, affetto per i compagni, eccetera) o meno nobile (premio partita, notorietà. eccetera) che sia, lo ha fatto innanzitutto nel suo proprio interesse, che però in ogni squadra è anche – coincide con – quello comune: l’individuo “vince” – con tutto quel che ne consegue – solo se vince anche la squadra con cui gioca. Certamente il singolo potrà averne anche altri (la nazionale, la classifica dei cannonieri, l’ingaggio, giocare più spesso rispetto al compagno “concorrente”) e non sempre saranno immediatamente compatibili con quelli della squadra ma, durante la partita, durante ogni partita, negli sport di squadra, ciascuno vince come individuo solo se vince il collettivo. E se e quando gli interessi individuali “incompatibili” prevalgono, normalmente il giocatore se ne va, oppure è accompagnato alla porta, oppure il singolo e il collettivo si “separano consensualmente”. Perché nelle squadre, quando gli interessi dei singoli e quelli del collettivo (della squadra  come “istituzione”) entrano in conflitto,  la loro gerarchia  è comunque chiara (chiara per tutti gli attori del sistema, prima ancora di cominciare a giocare): prima l’istituzione e poi l’individuo. Sulla seconda parte della domanda –  “ma chi glielo ha fatto fare?” – e cioè sul perché si sia sobbarcato un compito non suo, la risposta è insieme semplice (la daremo subito) e complessa (dedicheremo infatti un intero capitolo all’argomento): per senso di responsabilità. So che la formula suona desueta e ricorda i predicozzi della nonna o del prete o del professore, da farsi  con sguardo severo e talvolta con il petto in fuori, ma qui con il termine responsabilità intenderemo (forse con meno moralismo e più moralmente) solo la capacità di domandarsi ogni volta “che cosa posso fare io, che risposta posso dare in questa situazione?” piuttosto che domandarsi chi o che cosa ha determinato la situazione, che cosa avrebbero dovuto fare il centravanti, l’allenatore o il presidente. Ogni  volta, anche quando in effetti il centravanti, l’allenatore e il presidente sono incompetenti o addirittura dei farabutti.

Da questa storia ricaviamo agevolmente le condizioni necessarie per fare in modo che una organizzazione riesca a produrre un risultato superiore alla somma delle parti ( generando e sfruttando l’intelligenza collettiva):

  • Coinvolgimento
  • Condivisione
  • Fiducia
  • Responsabilità
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One response to “Come funziona una squadra che funziona”

  1. LaChieti says :

    Questo post meriterebbe molti e più commenti, per il valore, per la ricerca, per il significato e per i fatti descritti. E’ cronaca questa,oltre che riflessione.
    Ma la gente ha sempre altro o di “meglio” a cui pensare, dove il “meglio” è veramente discutibile, quando sarebbe opportuno in questo periodo ignorare alcuni giornali e leggere altrove. Queste righe ci orienterebbero “meglio” nel capire, condurre, educare e sperare.
    Io invidio, il portiere, sono gelosa a bestia di questo guizzo d’azione e si, anche talento.
    Penso che è bello e sano, gelosia è desiderio, bramare di essere e diventare ancora qualcosa di più….

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