IL RISCHIO DELL’AFASIA…

…la necessità di educare a vincere e a perdere e a “risorgere”

Se ci si pone ancora oggi sul piano delle “soluzioni definitive”, delle “ricette”, delle “regole d’oro”, il rischio per le persone più serie e consapevoli è davvero l’afasia (non so che cosa dirti), mentre per  quelle che lo sono meno l’alternativa si gioca fra lo spaccio di certezze più o meno consapevolmente millantate o i generici appelli all’impegno e all’ottimismo che fanno superare ogni ostacolo.

Il che è esattamente ed ovviamente ciò che accade più spesso nelle aziende: il Management non comunica nulla, oppure promette il miracolo imperituro generato dal piano/prodotto/scelta geniale che ha appena avuto – che, anche se efficace, come sappiamo sarà già inutile domani mattina -, oppure fa generici appelli alla volontà e alle profezie luminose che si autoavverano – basta crederci ed è fatta!

Quando invece bisognerebbe innanzitutto educare – se stessi, i figli, i collaboratori – a comprendere e soprattutto ad accettare (sopportare, direbbe Ulisse) una volta per tutte che non esiste più (se mai è esistita) la formula per una “felicità definitiva”, mentre esistono senz’altro migliaia di formule per migliaia di “definitive infelicità”; ad accettare e sopportare quella asimmetria della vita che un cabarettista potrebbe sintetizzare nella frase: “la fortuna è cieca mentre la sfiga ci vede benissimo”; ad accettare e sopportare che le cosiddette profezie che si autoavverano sono certe se negative (non ce la farò mai a saltare i due metri, e quindi rinuncio) e solo possibili se positive (un avversario ha gettato una buccia di banana in pedana e nonostante il mio allenamento e il fatto che ho nel mio score i 2 metri e 40 cm non supererò l’asticella).

Accettare, sopportare e purtuttavia prendere la rincorsa e provare a saltare, eventualmente cadere, capire, riprovare.

Un grandissimo allenatore di basket che ho il piacere e l’onore di conoscere e frequentare, Valerio Bianchini, racconta a questo proposito delle cose illuminanti, proprio a partire dalla sua esperienza nel campo dello sport (la trascrizione non è fedelissima e soprattutto non rende il “calore” della conversazione e la forza della sua voce):

“L’importanza attribuita allo sport – e la sua utilizzazione come metafora – sono vecchie come l’umanità: i Greci fermavano la guerra all’inizio delle Olimpiadi, talmente era sacro il momento, e ancora oggi esiste la tregua olimpica sancita in forma solenne da tutte le nazioni all’ONU.”

“Lo sport è una delle più grandi invenzioni dell’umanità, forse la più grande, perché riproduce su un piano simbolico la realtà della vita: la guerra, la lotta. E, in questo senso, ogni  partita è una battaglia: chi vince la partita, vive; chi perde muore.”

“Ma tu sai qual è lo stato d’animo di un allenatore dopo una sconfitta, dopo ogni sconfitta? Un mio amico, un allenatore americano che allena a New York, diceva: “Quando perdo una partita prendo la macchina, vado nel Bronx e spero che qualcuno mi accoltelli”.

“La grandezza dello sport e che però, subito dopo, rinasci. E dalla sconfitta, che non è definitiva, trovi la forza per un’altra battaglia . Questa capacità di competere, vincere, perdere, elaborare la sconfitta e ritornare a competere è il fondamento della civiltà moderna, del mondo in cui stiamo vivendo e ti dico subito che in Italia questa capacità ci manca.”

“Ho portato le mie squadre per sei volte alle finali scudetto: per sei volte ho visto il mio miglior tiratore alzarsi per un tiro in sospensione agli ultimi secondi; per tre volte ho visto  l’ultima palla della partita girare sul cerchio del canestro ed entrare – ed io ero campione d’Italia; per tre volte l’ho vista girare sul cerchio del canestro ed uscire – e il mio avversario diventava il campione. L’ultimo tiro, l’effetto della palla sul ferro, sono nelle mani di un destino che non conosciamo, che ci sfugge, chiamiamola pure fortuna e sfortuna…ma se sono arrivato sei volte in finale, vuol dire che il mio metodo funziona: la preparazione, la tenacia, l’idea di eccellenza, il sistema di gioco continuamente rivisto, ripensato, aggiornato, perfezionato.”

“E allora l’unico obiettivo da porsi deve essere quello di giocare la finale, il maggior numero di finali possibili. Poi se sei fortunatissimo le vincerai tutte, se sei sfortunatissimo le perderai tutte, ma se sei normale qualcuna la vincerai – e con esse vivrai la gioia – e qualcuna la perderai – e con esse vivrai la voglia di andare nel Bronx”. Questo è il gioco, e questo gioco bisogna accettarlo.”

“C’è un verso della poesia “If”, quella famosissima poesia in cui Kipling in un certo senso detta le regole al figlio per “essere un uomo”, che amo particolarmente: “… se riesci a far fronte al Trionfo e alla Rovina / e a trattare allo stesso modo quei due impostori (if you can meet with Triumph and Disater/ And treat those imposters just the same)”.

Più o meno a questo occorre educarci ed educare: a cercare di arrivare sempre in finale –attraverso la tecnica, il metodo, la determinazione, la passione, il sacrificio a volte – ben sapendo che questo non assicura la vittoria perché ci potrà essere sempre qualcosa (nella complessità della partita) che non avremo previsto, o un caso fortuito, o anche un arbitro parziale; ben sapendo che la sconfitta produce – in senso relativo – un maggior dolore di quanta gioia produca una vittoria che sappiamo già effimera come gli applausi e lo champagne che la accompagnano; ben sapendo che mentre è facile capire che cosa bisogna fare per perdere, non lo è altrettanto quando si tratta di dare delle regole per vincere..

Perché se vinci la partita – come dice Bianchini – vivi…ma solo per questa volta. Mentre se la perdi, muori…forse definitivamente, senz’altro definitivamente se non sei stato e ti sei tu stesso “addestrato a risorgere” – anche se è molto faticoso e senz’altro più faticoso che rinunciare del tutto a giocare.

A questo saper vincere, perdere, risorgere dobbiamo innanzitutto educarci ed educare.

E poi anche a comprendere e ad accettare – e questa è l’altra parte, la seconda parte della “risposta esatta” – il fatto che non sempre il Padre, il Capo, l’Allenatore  – o noi stessi – avrà o avremo proprio in quel momento lì il consiglio, la giocata, la soluzione più efficace: talvolta perché non ce ne sarà il tempo (mentre elabori una soluzione la partita è gia cambiata), qualche volta perché – nonostante la genialità del Padre, del Capo, dell’Allenatore e di noi stessi – la situazione sarà talmente complessa che non sarà l’intelligenza di un uomo solo a poterci dare l’idea giusta.

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  1. IL RISCHIO DELL’AFASIA… | IlTuoWeb.Net News - 21 ottobre 2009

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