L’importanza di chiamarsi Ulisse

Le variabili affrontate dal “pover’uomo” sono infatti molteplici e talmente e variamente interconnessemare, venti, tempeste, Dei (buoni e cattivi, a favore e contro), mostri, giganti, ciclopi, popoli diversi, maghe, ninfe, compagni, zattere, vacche, rupi erranti, sirene, archi, famiglia, pretendenti, servitori, mogli, figli, pozioni magiche, incantesimi, fantasmi, scelte (immortale sì o no? immortale in che senso?…), fame, lacrime, tradimenti…da renderlo un’ottima case history sulla GESTIONE individuale della complessità.

ecco una rilettura manageriale dell’Odissea di Ulisse.

Brevissimo riassunto dell’ Odissea:

  • L’Odissea è composta da ventiquattro canti, tanti quante sono le lettere dell’alfabeto greco e la narrazione non segue un ordine cronologico lineare (ben prima di Pulp Fiction).
  • Nei primi 4 canti (I-IV), assistiamo ai seguenti avvenimenti:
    • all’istante t0, inizia la storia: il Concilio degli Dei decide che Ulisse può tornare a casa (sono passati ormai quasi 20 anni dalla sua partenza da Itaca), mentre in patria i Proci spadroneggiano;
    • nello stesso momento Telemaco (ispirato da Atena) decide di partire alla ricerca di notizie del padre: è la cosiddetta Telemachia. (che va quindi dall’istante t0 al momento t1, quando, nel quarto canto, dopo il suo giro per la Grecia, Telemaco si riavvia verso Itaca).
  • Nei 4 canti successivi (V-VIII), si narra ciò che – in contemporanea rispetto alla Telemachia – sta accadendo ad Ulisse:
    • sempre a t0, Ermes fa sapere alla ninfa Calypso che deve assolutamente liberare Ulisse, che stava a Ogigia da 7 anni; lei fa un ultimo tentativo di trattenerlo proponendogli di diventare immortale ma Ulisse rifiuta; quindi, costruita una zattera con le sue mani, parte e fa naufragio nell’isola dei Feaci, incontrando sulla spiaggia Nausicaa, figlia del re Alcinoo e della regina Arete; accolto a palazzo reale, gli viene chiesto di raccontare la sua storia  (il tutto dura da t0, a t1x).
  • Nei 4 canti ulteriori (IX-XII) Ulisse, racconta la sua storia dalla fine della guerra di Troia alla partenza da Ogigia (siamo sempre a t1x, ma si narrano in flash-back eventi accaduti tra t10anni e t1x ): in particolare: nel IX Poliremo, nel X Circe,  nell’XI la discesa nell’Ade, nel XII le Sirene, Scilla e Cariddi, l’isola del Sole ( dove perderà anche gli ultimi compagni) e il naufragio a Ogigia.
  • Tra il XIII e il XVI canto si torna nella contemporaneità t1: Ulisse, è accompagnato a Itaca dai Feaci. Ma non riconosce l’isola, finché non gli si rivela Atena, del tutto assente fino a quel momento del suo lungo peregrinare. Camuffato da vecchio, va da Eumeo, il guardiano dei porci, al quale però non si rivela (poco prima l’incontro con il cane Argo), raccontandogli di essere originario di Creta. Nel frattempo torna Telemaco. Ulisse si rivela solo al figlio e raccolte informazioni sui Proci e abbozzato il piano, decide che deve vedere le cose di persona. Si reca quindi a palazzo, camuffato da mendicante, facendosi accompagnare dall’ignaro Eumeo.
  • Canti XVI-XIX: arrivato a palazzo viene si trattato male dai vari Proci. Incontra una prima volta Penelope, che non lo riconosce, mentre lo fa la sua vecchia nutrice, nel lavargli i piedi. Nel frattempo il trucco della tela di Penelope viene scoperto e la regina decide che avrebbe sposato il vincitore della prova con l’arco. Dopodiché incontra nuovamente il mendicante.
  • Canti XX-XXIV: si dà via al piano. Telemaco sottrae le armi dalla sala. Tutto è pronto per la gara. Ulisse si rivela a Eumeo, per averlo di supporto fuori (deve chiudere tutte le porte dall’esterno). La prova dell’arco ha luogo con l’esito che sappiamo. Ulisse si rivela quindi alla moglie –che lo mette un’ultima volta alla prova. Dopo aver passato un po’ di tempo con lei, raccontandole ogni cosa, si rivela finalmente al padre. L’Odissea quindi si chiude con dei “patti di pace” con i parenti dei Proci uccisi (che avrebbero avuto diritto alla vendetta, ma vi rinunciano riconoscendo che si erano meritati quella fine). Ulisse sa che finirà la sua vita girovagando ancora, ucciso in una terra lontana abitata da uomini che non conoscono l’uso del remo.

Dopo questo  frettoloso riassunto – che aveva lo scopo di ricordare un po’ di peripezie del povero Ulisse e forse di far venire voglia a qualcuno di rileggere l’Odissea – andiamo a sottolineare alcuni punti chiave rispetto al discorso che stiamo facendo:

  1. In tutta la prima fase ( i dieci anni che vanno dalla partenza da Troia all’arrivo a Itaca, ovvero i primi dodici canti) la dea Atena (e cioè la  dea della Ragione, della Strategia deliberata e – potremmo dire forzando un po’ la realtà – la dea di tutto l’armamentario logico – ideologico – metodologico tipico del manager formatosi in qualche famosa Business School ) non  compare mai a proteggere, incoraggiare, suggerire qualcosa al povero Ulisse…forse perché in mezzo al mare e ai venti (che come si sa sono mutevoli di natura), alle prese con compagni “fatti” di fiori di loto, alcuni per altro un po’ infidi ed invidiosi, maghe che trasformano la gente in porci, la propria stessa curiosità di andare a vedere come se la passano i ciclopi, l’ira di Poseidone per avergli accecato il figlio…insomma: forse perché nel districarsi fra tutte queste variabili di cui è impossibile prevedere le inter-retroazioni (compresi gli effetti della propria scelta di dire alla fine il proprio vero nome a Polifemo consentendogli di andare appunto a piangere da papà) le alte conoscenze economico-manageriali apprese durante qualche MBA valgono meno di zero.
  2. Nell’isola di Itaca, invece, quando la situazione, pur essendo complicata, è chiara e definita nelle sue problematiche ( i Proci, il figlio che chissà  come  sarà venuto su –dopo vent’anni di assenza del padre -, la moglie che chissà…, i servi più o meno fedeli…), bene!: qui sì che vale la pena di fare un po’ di studi di fattibilità, analisi dei punti di forza della “concorrenza”, controllo e verifica delle condizioni, dei possibili alleati, simulare e dissimulare, predisporre un piano d’azione e quindi implementarlo.
  3. La principale area di competenza tecnica di Ulisse (il tiro con l’arco) non è inutile, tutt’altro!, ma serve solo alla fine (se prima arrivi vivo a Itaca); così come la sua abilità manuale (costruire una zattera non è facilissimo), la sua abilità retorica  (affascinare Nausicaa, Alcinoo e la corte dei Feaci da parte di un naufrago senz’arte né parte e quindi convincerli ad armare una nave per accompagnarti a casa non è da tutti), la sua evidente –se permettete- tecnica erotica (con Circe ma soprattutto con la splendida Calypso)…insomma: queste ed altre competenze, aree di eccellenza, qualità “tecniche” sono servite eccome al povero Ulisse per risolvere tutta una serie di situazioni difficili e complicate, così come, senz’altro, la sua mitica scaltrezza, la sua astuzia sono risultate indispensabili in altri episodi, però…

Però per sopportare una “odissea” tutte queste qualità – pur indispensabili – non sono sufficienti a far “reggere” la fatica, le paure, i dolori…ma soprattutto il fatto di saper tirare con l’arco, essere abile con le mani e con le parole, saper “cuccare” che certezze/sicurezza ti può dare quando esplori l’isola dei Ciclopi o il mare sconvolto dai venti o quando devi decidere se prendere per Scilla e Cariddi oppure verso le Pietre Erranti?

La domanda rimane quindi la medesima: dove e come dotarsi di una qualche sicurezza che ci permetta di affrontare il viaggio nella complessità

Omero utilizza spesso degli epiteti (ovvero degli aggettivi che ne rivelano alcune qualità) per indicare il suo personaggio.

Alcuni sono “generici”, per esempio: fàidimos (nobile), antìtheos (pari a un dio), megalètor (magnanimo, coraggioso, dal gran cuore).

Altri si riferiscono alle sue doti intellettuali: polymetis (molto astuto, intelligente – metis è la capacità di leggere la realtà oltre l’apparenza), Polymechanos (qui c’è sia l’idea dell’homo faber, sia quella dell’imbroglione – dai molti espedienti, ricco d’artifizi.), ma soprattutto il famoso – seppure usato solo un paio di volte – polytropos (dal multiforme ingegno, versatile).

Infine – e non è un caso – ci sono diversi epiteti (alcuni li usa lo stesso Ulisse autodefinendosi) collegati al concetto di sopportazione (tlemosyne) – il verbo tlènai significa appunto sopportare, resistere, tener duro; in particolare:

  • polytlas (capace di sopportare molto, tenace)
  • talasyfron (dotato di una mente capace di sopportare)

Sono sicuro perché – contemporaneamente – ho un multiforme ingegno (competenze larghe e profonde), capisco le cose anche oltre l’apparenza (comprendo anche i segnali più deboli), qualche trucco al limite lo so fare (se serve avrò il pelo sullo stomaco necessario), ma soprattutto so che, qualunque cosa accada, io saprò sopportare (lo stress, le ansie, l’incertezza, i miei stessi errori, le sconfitte).

Questo è ciò che serve.

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