L’Era dello Squalo Bianco: il cambiamento non è più un trasloco

Oggi non è più così.

Le aziende non sono più in grado di mantenere la promessa a nessuna categoria di dipendenti: operai, tecnici, impiegati o dirigenti.

Secondo un’indagine realizzata da Eurobarometer “Il posto fisso per gli europei non è più una condizione abituale: in media i lavoratori europei hanno cambiato quattro volte datore di lavoro. La mobilità è maggiore tra i giovani fino ai 35 anni. Quanto alle attese future, quattro europei su dieci si aspettano di cambiare impiego nei prossimi cinque anni e la metà di loro lo farà con aspettative rosee: il 40 per cento si attende un posto migliore. Ad ogni conto, quasi un lavoratore su cinque non cambierà posto di propria iniziativa ma piuttosto perché costretto dalle circostanze”.

Seconda quanto rivelato dal Bollettino economico della Banca d’Italia nel 2006, nel nostro Paese un neoassunto su due, con meno di 30 anni, è a termine; lo stesso Bollettino evidenzia nel 2005 un aumento del ricorso ai contratti a tempo determinato, soprattutto per i giovani che si affacciano sul mondo del lavoro con meno esperienza; nei primi tre trimestri del 2005, l’incidenza del lavoro a termine (ovvero di contratti di lavoro dipendente a tempo determinato, collaborazioni e prestazioni di lavoro occasionale) sull’occupazione complessiva era pari al 10,8%, ma la percentuale saliva al 25% – praticamente a 1 lavoratore su 4 – tra i giovani in età compresa tra i 15 e i 29 anni.

La stessa tendenza alla flessibilità è dimostrata dal fatto che tra il 1980 e il 2001 il numero degli amministratori delegati delle aziende della classifica “Fortune 500” in carica da almeno sei anni è diminuito dal 57 al 38%.

Oggi non è più così e il gioco è diventato più complesso.

Oggi non è più così proprio perché il cambiamento non è più un trasloco, sia nel senso che anche ammesso di riuscire ad appendere l’ultimo quadro non ti potrai rilassare perché occorrerà ri-traslocare, sia perché – in realtà – non è più vero che l’efficacia della nuova “soluzione”  sia sufficientemente certa.

Il cambiamento di oggi assomiglia, semmai, più al viaggio, all’esplorazione di Cristoforo Colombo che ad un trasloco: siccome penso che la terra sia rotonda mi andrebbe di buscar l’Oriente passando per Occidente (…e portami le prove, avrei detto io…portami il benchmark o per lo meno facciamo prima il pilot… ).

Certo, a lui è andata bene. Ma a quanti altri? E per quante volte?

Il contesto in cui viviamo  presenta alcune importanti ed evidenti caratteristiche che provo a riassumere in 4 punti:

  • Innovazione tecnologica: la velocità del tasso di innovazione è tale da rendere tutto istantaneamente vecchio. L’innovazione accelerata è oggi il normale contesto di azione del management. Non faremo in tempo ad avere esperienza completa delle potenzialità delle reti digitali che già vivremo gli effetti dei progressi di nanotecnologie, biotecnologie, scienze cognitive, genetica e robotica. Morale: o le organizzazioni sapranno sfruttare continuamente il vento forte dell’innovazione oppure soccomberanno di fronte ai cambiamenti del contesto in cui operano, esattamente come le specie viventi di fronte alle mutazioni ambientali.
  • Globalizzazione: è il fenomeno economico e sociale che consiste nella crescita progressiva delle relazioni e degli scambi di diverso tipo a livello mondiale. Dal punto di vista dell’Economia, la globalizzazione corrisponde all’ampliamento della dimensione del mercato, fino a raggiungere per molti beni l’intero pianeta. Dal punto di vista di Bepi, titolare di una piccola azienda metalmeccanica a Preganziol (TV), la globalizzazione consiste in un trauma: da un giorno all’altro i suoi clienti pretendono un abbassamento del 90% sul prezzo dei bulloni. Bepi, che prima di allora non si era mai preoccupato di cosa succedesse più a est di San Donà di Piave, dovrà cominciare ad interessarsi a quello che fa Chung Qu, imprenditore di Shenyang…Insomma: globalizzazione significa che non è più possibile confrontarsi solo con le aziende vicine e nemmeno solo con il proprio mercato dimenticando le tecnologie sostitutive. Si gioca in campo aperto, non si è più solo in pochi a competere per le risorse, gli investimenti, la conquista di mercati. Un’invenzione portata a termine in un sottoscala indiano si diffonde alla velocità della luce fino all’altro capo del pianeta.
  • Iperscelta: il cliente oggi ha la possibilità di scegliere tra un numero enorme di fornitori e prodotti. In questo contesto, il cliente diventa esigente, sperimentatore, infedele ed è sempre più difficile attirare la sua attenzione: è un Re annoiato e perennemente insoddisfatto…il classico bambino viziato.
  • Saturazione dei mercati: l’offerta supera la domanda. E’ il fornitore ad avere bisogno del cliente e non viceversa. In alcuni ambiti, il passaggio da un mercato vergine a un ambiente ipercompetitivo è stato molto veloce. Pensiamo, ad esempio, alla telefonia cellulare: nel giro di pochi anni, si è passati da un bacino di 40 milioni di italiani che a mala pena sapevano che cosa fosse un cellulare a un mercato saturo.

L’effetto combinato di queste caratteristiche ha diverse derivate assolutamente dirompenti dal punto di vista della cultura delle organizzazioni e dei singoli. Mi soffermerei innanzitutto sulle seguenti:

  1. durata delle “cose” (buone idee, assetti organizzativi efficaci, competenze maturate, buoni prodotti, etc.)
  2. prevedibilità del contesto
  3. “cultura” della competizione

Cominciando dal primo punto, la frase-luogo comune “Nulla dura  per sempre” andrebbe rivista al ribasso:  “Nulla dura per sempre… anzi, sempre meno…anzi!”.

Quanto ci abbiamo messo – in Italia – a passare da un mercato dall’automobile per pochi al fatto che non si riesce nemmeno più a circolare? 30-40 anni.

E quanto ci abbiamo messo a passare dalla situazione “ma che è ‘sto computer” a quella in cui perfino i bagnini controllano le prenotazioni degli ombrelloni usando il palmare?10-15 anni.

E dalla situazione in cui  nessuno ha il cellulare a quella in cui i bambini delle elementari “smessaggiano” alla mamma di buttare la pasta? 5 anni.

Morale: a differenza di Pietro Rebaudengo ho l’impressione che noi viventi e lavoranti oggi dovremo abituarci ad un trasloco continuo, non solo a re-imparare qualcosa una o due volte nel corso della vita –esattamente come dicono già le statistiche sopra riportate.

Passando al secondo aspetto – ovvero alla prevedibilità del contesto – il numero delle variabili, ma soprattutto le loro combinazioni e la contemporaneità delle interazioni tra di loro,  proprie della nostra epoca, rende qualunque previsione non solo poco verosimile ma addirittura ridicola.

Per fare un unico esempio, fino a dieci/quindici anni fa il processo di budgeting che vedevo fare nelle molte aziende con cui ho lavorato si poteva descrivere più o meno così: un mese per scrivere il documento, undici mesi a verificare gli scostamenti, fare azioni correttive, riverificare ma, in definitiva – salvo uragani improvvisi –, quello che si era scritto all’inizio corrispondeva a quanto sarebbe stato verificato a fine anno.

Oggi invece funziona così: un mese per scrivere il documento e undici mesi ad interrogarsi su come mai si siano scritte così tante boiate (per non usare un altro termine).

Qualcuno potrebbe pensare ad una diversa qualità del Management, ma non è questa la spiegazione.

E’ solo che Il gioco è diventato più complesso.

Il gioco è diventato più complesso, ovvero il numero di variabili MA SOPRATTUTTO LE LORO POSSIBILI INTER-RETROAZIONI sono, semplicemente, troppe per essere comprese, controllate e perfino immaginate.

E poiché nei sistemi complessi – ci insegna la scienza – vige il principio dell’ecologia dell’azione, ovvero ogni azione sfugge sempre più alla volontà del suo autore nella misura in cui entra nel gioco delle inter-retroazioni dell’ambiente nella quale interviene, anche le nostre decisioni ed azioni, pur essendo sostanzialmente corrette se giudicate alla luce di un determinato contesto, lo cambiano; ma proprio per questo, e cioè per averlo cambiato, potrebbero rivelarsi a posteriori le più sbagliate.

Morale: non c’è più alcuna certezza a priori che il Piano Strategico elaborato da quel geniale A.D. di cui ci siamo dotati abbia una qualche probabilità di realizzarsi.

Insomma, non solo dovremo traslocare continuamente ma non avremo più nemmeno la piantina della casa nuova.

Ne’ la certezza di trovare un tetto per dormire entro sera.

E le esperienze fatte nel passato, i risultati conseguiti, i paradigmi che ci saremo formati, il “potere” costruito negli anni non solo non ci rassicureranno, ma spesso saranno controproducenti.

Questo continuo viaggiare, esplorare ed anche rischiare di dormire all’addiaccio può essere fonte di  serenità, allegria, divertimento oppure dell’esatto contrario: dipende dagli atteggiamenti di fondo.

Per i popoli nomadi il continuo trasloco non è un’eccezione ma rappresenta la condizione di normalità: tutto il mondo appartiene all’uomo, non esistono confini di sorta, ci si sposta seguendo i percorsi delle mandrie di animali selvatici, si pratica caccia e pesca là dove esiste una selvaggina relativamente sufficiente. Per i nomadi, la stabilità è momentanea e lo spostamento fa parte della vita nel modo più naturale e proprio per questo non costruiscono case di cemento e mattoni – castelli inespugnabili -, ma si dotano di tende, leggere e facilmente trasportabili.

Se il cambiamento sta diventando parte integrante e condizione naturale della vita di oggi,  l’atteggiamento verso il cambiamento dovrebbe assomigliare a quello del nomade nei confronti dello spostamento.

Complessità, cambiamento, incertezza del futuro generano – invece, più spesso  e, forse, ovviamente – ansie, timori, rabbia e, nell’Italia delle corporazioni,  battaglie che a me sembrano sempre più di retroguardia e senz’altro anacronistiche.

La cultura prevalente nel nostro Paese non sembra infatti particolarmente adatta a convivere con la dinamica accelerata del cambiamento e con la complessità che caratterizzano il mondo di oggi.

Pensiamo solo all’età degli uomini politici italiani rispetto ai leader degli altri Paesi Europei: c’è in media quasi un ventennio di differenza; oppure alle varie Associazioni dei “giovani” – industriali, dirigenti, commercianti, giornalisti, etc. – dove si sosta fino ai 40/45 anni…va bene che l’adolescenza si è prolungata, ma insomma…

E, ancora oggi, la convinzione prevalente – di “pancia”, intima, anche se poi gli slogan delle brochure e dei siti web aziendali dicono il contrario – che mi sembra di cogliere a tutti i livelli gerarchici nelle organizzazioni che frequento è riassumibile in un proverbio più consono ad epoche “trotesche”: il passato assicura il futuro – individualmente e come azienda.

E questo nell’illusione che intorno tutto rimanga stabile e che quindi aver costruito negli anni una qualche leadership – come singolo individuo o come azienda – significhi potersi sedere almeno per un bel po’, vivere di “rendita”, aver “maturato dei meriti e delle esperienze difficilmente copiabili”,  eccetera eccetera.

Una follia. Una follia che credo collegata al terzo punto sopra riportato: la “cultura” della competizione.

Sarebbe infatti come se qualcuno fosse convinto che, per il fatto di avere vinto un campionato, ciò comportasse ipso facto la vittoria dei prossimi dieci. Anzi – come accade spesso nell’Italia delle corporazioni – che i prossimi dieci titoli gli spettino di diritto.

Se insistesse, gli spiegheremmo con maggiore o minore pazienza che probabilmente le altre squadre si rafforzeranno, che una vittoria è anche figlia di circostanze, alchimie, casi fortuiti difficilmente ripetibili. E, se non se ne facesse una ragione, abbandoneremmo la conversazione – oppure lo abbatteremmo, con lo stesso gesto caritatevole riservato talvolta ai cavalli azzoppati: scegliete Voi.

Ebbene:  ogni anno, ogni giorno, nel mondo del lavoro – come individui e come organizzazioni – è necessario ricominciare da capo, esattamente come succede nel mondo dello sport.

Ogni anno c’è un campionato nuovo ed averlo vinto l’anno precedente non significa nulla: dopo la vittoria – o la sconfitta – si torna a correre in salita e ad allenarsi come e più di prima.

E’ significativo che in Italia non ci sia l’obbligo di svolgere attività agonistica nella scuola, al contrario di quanto avviene in altri Paesi, specie nei Paesi Anglosassoni, dove invece l’attività sportiva e la competizione non solo sono obbligatorie, ma rappresentano un merito molto importante per gli studenti.

Forse anche per questo, in Italia, la competizione  – checché se ne dica nella brochure e nei siti web – è tutt’altro che amata: non si è stati educati a gestire la vittoria e la sconfitta – come diceva Kipling – “come due uguali impostori”.

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3 responses to “L’Era dello Squalo Bianco: il cambiamento non è più un trasloco”

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  1. il cambiamento non è più un trasloco - 23 luglio 2009

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