L’era della TROTA [ovvero: fai la cosa giusta e….camperai cent’anni!]

Proviamo ad immaginare una storia – la Storia della generazione che ha ricostruito l’Italia nel secondo dopoguerra.

Per renderla più realistica la ambienterei in una grande città del mitico triangolo industriale. Tra Milano, Genova e Torino sceglierei quest’ultima: ho in mente infatti una storia tristissima – con un lieto fine amarognolo – e mi sembra che Torino possa rappresentarne il set ideale.

Il 22 novembre 1946 – una giornata grigia e piovosa -, Maria Addolorata Ferrero in Rebaudengo dà alla luce il suo primo e unico figlio: un bellissimo frugoletto dagli occhi azzurri che, d’accordo con il marito Antonio, decide di chiamare Pietro in onore del nonno paterno (anziché Kevin, Christian o Ridge in onore di qualche cantante/attore/presentatore/velino) .

Dopo un solo anno, purtroppo, il padre di Pietro viene a mancare a causa di un incidente sul lavoro.
Maria Addolorata, non potendo sopravvivere con la sola pensione del marito, trova un lavoro come portinaia in uno stabile signorile di Corso Galileo Ferraris: il contratto fortunatamente prevede anche una sistemazione per lei e il figlio nel monolocale più servizi in dotazione.
Pietro cresce timido, serio, responsabile ed ubbidiente. A scuola è un alunno modello, studioso ed attento. Quando Pietro termina le medie, però, Maria Addolorata si trova in grave crisi: il figlio meriterebbe di continuare gli studi ma – si sa – i soldi che guadagna come portinaia sono pochi e l’aiuto di un altro reddito, dopo quattordici anni di sacrifici…che ci sarebbe quel cugino che può mettere una buona parola per farlo entrare in FIAT. Per fortuna, visti i meriti del giovane, il parroco della “Piccola Casa della Divina Provvidenza” interviene in aiuto della famiglia e, grazie anche al contributo dell’ APVI (Associazione delle Portinaie Vedove Italiane), il ragazzino può iscriversi al Liceo Scientifico. Pietro si dedica allo studio con dedizione e passione e d’estate lavora come cameriere all’Hotel Savoia. Non ha tempo per i giochi degli adolescenti né per cercarsi una fidanzata. Superata la maturità con 60/60, vince la borsa di studio e può iscriversi ad Ingegneria Meccanica al Politecnico di Torino; si laurea in quattro anni e mezzo con il massimo dei voti – lavorando nel frattempo come portiere di notte – e viene subito assunto in FIAT: Analista Tempi e Metodi. Dopo 5 anni di gavetta, grazie alla sua serietà professionale, all’obbedienza rispettosa verso i superiori e all’espansione dell’azienda Pietro viene convocato presso la Direzione del Personale dove il Direttore in persona, dopo essersi complimentato per l’impegno e la competenza che – “pur essendo Lei così giovane”- ha dimostrato, lo nomina Quadro. Pietro non riesce a trattenersi, vorrebbe abbracciare e baciare il suo superiore, ma si limita a stringergli la mano con gli occhi velati da lacrime di gioia e si precipita a telefonare alla madre – quella madre che nel frattempo è imbiancata nei capelli e si è come rimpicciolita a furia di lavare scale e smistare posta e stirare biancheria per la signora del terzo piano: “Mamma, stasera ti porto a cena e sabato andiamo a Venezia, come hai sempre desiderato. Non devi preoccuparti più di niente, tutti gli sforzi che abbiamo fatto, la fatica e i sacrifici sono stati oggi finalmente ripagati. Non dobbiamo temere più niente, per il resto della vita!”
Se ora – i più sensibili asciugate le lacrime, i più cinici superato il ribrezzo per questa storia da “Libro Cuore” – provassimo ad immaginare che Pietro Rebaudengo nasca nel 1978 e che la storia si ripeta nello stesso identico modo, quando – in quale giorno – sarebbe realistico per il giovane torinese telefonare alla madre – imbiancata e stanca allo stesso modo – e dirle: “Mamma, i nostri sforzi sono stati ripagati e possiamo stare tranquilli per il resto della vita?” E se immaginassimo un Pietro nato nel 1992? E nel 2007?

La Figura 1 mostra la classica curva del ciclo di vita.

In qualche modo descrive la condizione umana: le prestazioni (di ogni tipo) di un individuo, la vita di un prodotto, l’efficacia di una strategia, etc…

CURVA
Questa stessa curva descrive bene anche la parabola ineluttabile dei risultati conseguenti ad ogni scelta “intelligente”, ad ogni abilità sviluppata, ad ogni idea “giusta” (relativa a prodotti, strategie, organizzazione, persone, etc.).

Il tema fondamentale è il seguente: quanto dura la spinta propulsiva ?

Perché se (fatti gli studi “giusti”, frequentate le amicizie “giuste”, entrati nell’azienda “giusta” ) la spinta si esaurisse proprio il giorno della pensione il gioco sarebbe fatto!

Era esattamente la tesi di mia madre. Ed era fino a qualche tempo fa una tesi fondata – Pietro Rebaudengo docet.

Infatti, indicativamente fino agli anni ’70, il contesto era caratterizzato da una sostanziale stabilità dovuta essenzialmente a:

  • Tecnologie consolidate
  • Concorrenza stabile
  • Pochi Prodotti
  • Domanda consistentemente superiore all’Offerta

Tale contesto consentiva una pianificazione sufficientemente agevole – “tanto qualcuno che comprerà i nostri prodotti ci sarà sempre” – ed un ritorno sugli investimenti aziendali (o sui sacrifici personali) sufficientemente sicuro nel tempo.

Ma, di più, un passato di consolidati successi assicurava un roseo futuro. Quanto si era costruito – quanto si aveva dietro le spalle – garantiva quanto si sarebbe costruito – forza, quote, presenza, lobbies, “il bene della xxxx è il bene del Paese”.

Cosi, le grandi organizzazioni insieme all’assunzione potevano permettersi di fare ai dipendenti una promessa di sostanziale immortalità: “Porterò alla pensione non solo te, ma anche i tuoi figli e i figli dei tuoi figli”. Il dipendente, in cambio, dava tempo, fedeltà ed obbedienza.

>>> segue (ovviamente…)

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