EVVIVA LA CONVENTION AZIENDALE #1

In cui si narra del difficoltoso avvicinamento alla sede congressuale da parte dell’Amministratore Delegato

bagniNon ho mai capito quelli che scrivono sui muri dei cessi.

E non intendo i ragazzini a scuola. Parlo delle scritte nei cessi dei bar e degli autogrill. Specialmente quelle degli autogrill.

Forse perché si sente anche la dimensione del viaggiare. E’ una sorta di walk-about industriale, sa, del tipo di quello degli aborigeni australiani di cui parla Chatwin. Non lo conosce?, glielo consiglio…no non sto scherzando.

Vede, io capisco le scritte sui muri delle città, perfino le incisioni sui tavoli delle pizzerie e, seppure a fatica, quelle che deturpano le colonne dei templi: è iconoclastia, rigurgiti di turisti incazzati, è il rabbioso gridare la propria mediocrità. Ma al cesso!?

Che cosa scatta nella testa di uno che, mentre piscia frettolosamente, sente il bisogno di scrivere: questo per me è veramente un tema degno di analisi. E chi sa se in altre epoche c’è stato l’equivalente. Che magari le Chansons de gestes sono nate in modi analoghi e, perché no?, anche le saghe degli Achei. Già, perché si tratta di rapsodi moderni, in realtà. Lei dovrebbe vedere i rimandi curiosi, e come un’altra mano riprenda da dove uno ha terminato. No, non sto facendo il furbo. Parlo seriamente. E non si tratta solo di sberleffi, e di aggiunte del tipo “dallo a tua sorella”. Perché in quelle scritte non ci sono solo riferimenti alle dimensioni del proprio membro e a cosa ne dovrebbero fare le mogli, le figlie e, appunto, le sorelle di tutti i futuri fruitori di quel servizio pubblico, non ci sono solo inni alla troiaggine di qualche “Emanuela” che la dà gratis segue numero di telefono, né solo i messaggi truculenti dei froci che promettono di farsi trovare per tutte le notti del mese al parcheggio dei camionisti…no. C’è ben altro: poesie, citazioni, sonetti, pensieri, aforismi.


Ora, è proprio questo che mi sconcerta. Al cesso. Ispirati da chissà quale sonorità di sciacquoni, sordi fragori di rutti discreti dopo mangiato prima di ripartire, fruscii di cerniere che si chiudono, che si aprono, risate gutturali di anziane orde giapponesi stanche del bus, echi di bambini che piangono di là del muro, nel bagno delle donne – per tacere di altri rumori. Capisce, signor procuratore, è per questo che spiavo. Non certo per aggredire o, come dite voi, rapinare qualcuno né certo per fare il guardone. Anzi, l’aggredito se mai sono io: quello mi ha quasi spaccato il naso, oltre che gli occhiali”


Be’, ero lì che , con rispetto parlando, pisciavo, che all’improvviso ti vedo la faccia di un uomo sopra il muretto divisorio dei cessi…ho pensato è un matto, un ergastolano, mi vuol fregare i soldi, mi avrà seguito da Milano, sa che mi hanno pagato…insomma gli ho dato un pugno… non son stato lì a vedere che aveva gli occhiali…ma vorrei vedere voi… sei lì che scuoti il ghebo… come cos’è, signor giudice, il cazzo!, con rispetto parlando…Poi, sì, sono balzato dall’altra parte e gli ho anche mollato qualche calcio, sì, anche sui coglioni, con rispetto parlando…ma solo perché ho visto che aveva una pistola…no, poi non era una pistola ma il cellulare… ma cosa vuole, con lo spavento che mi sono preso, che era tutto il giorno, con ‘sti duemila euri in tasca, sa, avevo appena finito un lavoro, che era tutto il giorno che mi scottavano in tasca, che mi guardavo intorno…vorrei vedere voi, una settimana di lavoro, in ‘sta città di merda, e poi ho preso il furgone e finalmente tornavo a casa, che sarei arrivato tardi ma comunque a casa…”


Sono ormai dieci anni che guardo i bagni qui all’autogrill, sì, ieri sera, quando ho sentito tutto il trambusto sono stata io a chiamare subito i poliziotti, che per fortuna erano al bar per un caffè…sono intervenuti subito a dividere i due uomini…be’, più che dividere a fermare quello scalmanato che picchiava il poverino per terra…no, non avevo notato niente di strano, sa, con tutta la gente che va e che viene…solo, a un certo punto, delle grida, sono entrata e ho visto due che si picchiavano, o meglio, uno, quello più anziano e corpulento, che prendeva a calci un altro, disteso, urlando come un ossesso che voleva rapinarlo…e allora ho gridato anch’io e sono corsa verso il bar dove per fortuna c’erano quei poliziotti…poi ho visto che li hanno caricati in macchina e sono partiti…sono rimasta scombussolata tutto il giorno…sa, se ne sentono così tante…”


Non è vero che io abbia fatto resistenza all’arresto, si figuri, nello stato in cui mi trovavo, mentre invece è esatto, sì, che io non abbia dichiarato subito le mie generalità. Capisco che è stata un’idiozia, ma d’altronde, provi a capirmi, ero lì che non facevo niente di male, e quello mi prende a pugni e i poliziotti che poi mi scaraventano in macchina e mi portano in questura e mi dicono di confessare subito la tentata rapina, e di non rompere i coglioni, che tanto è tutto chiaro e quindi mi conviene, che se lo faccio mi becco il minimo, eccetera, lei lo saprà meglio di me. E così quando mi hanno chiesto le generalità, siccome avevo dimenticato il portafoglio ed ero senza documenti, devo averli mandati a cagare. E quelli mi hanno portato a San Vittore, arrestato senza alcun diritto. Ma il tutto sarà durato un quarto d’ora. Era venerdì sera, d’altronde. Ieri sera. Stavo andando alla Convention sul Garda…sì, le facciamo di sabato e domenica…No, non ho subito maltrattamenti, se intende violenze fisiche. No, per niente. Veloci, puliti, indifferenti. Ma se intende chiedermi, e sono sicuro che non era questo il senso della sua domanda, se mi sono sentito violentato, ebbene non c’è alcun dubbio. Sbattuto in carcere in un attimo, senza spiegazioni, senza parole, quasi. Io che tentavo di rapinare qualcuno. Ma va là…E comunque adesso devo andare, che devo raggiungere i colleghi alla Convention. Sono già in ritardo.

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“Signore e signori, benvenuti. Ci sarà una piccola variazione di programma dato che il nostro AD, che avrebbe dovuto aprire i lavori, ha avuto un contrattempo.

Ci raggiungerà nel pomeriggio.”

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